“Il focolaio di Epatite A a Napoli è al secondo picco, l’età si è alzata: colpiti i 60enni” parla l’infettivologo Perrella

“Stiamo assistendo in Campania ad un focolaio fuori stagione di Epatite A. Al momento siamo al secondo picco di casi, dopo il primo che è avvenuto circa tre settimane fa. È un cluster fuori stagione perché di solito i casi di Epatite A solitamente sono più precoci e meno numerosi nelle 4-5 settimane post natalizie. Quindi, una situazione da attenzionare ma che rimane sotto controllo. Sono stati attivati tutti i protocolli sanitari in ambito locale per bloccare la diffusione del contagio. Un terzo picco non è possibile escluderlo ma non è detto che avverrà. Ci potrebbero essere persone in questo momento che stanno incubando il virus, che si manifesta nel giro di 20-25 giorni, e potrebbero portarlo altrove. Ma sono in corso indagini e tracciamento degli infetti e siamo fiduciosi che, assieme anche alle vaccinazioni, i casi andranno a scemare”.
A parlare a Fanpage.it è Alessandro Perrella, Direttore della I Uoc Malattie Infettive emergenti dell’Ospedale Cotugno di Napoli, afferente all'Ospedale dei Colli, e coordinatore regionale della Campania del PNCAR, Piano Nazionale di Contrasto dell'Antimicrobico-Resistenza. Sono sotto i 200 casi di Epatite A, ad oggi in Campania, di questi 53 sono ricoverati al Cotugno, dove altri 9 sono in Pronto Soccorso, ma risultano ricoveri anche nelle altre province.
Direttore, perché non si parla di epidemia di Epatite A?
Non siamo di fronte ad una epidemia. Al momento abbiamo circa 180 casi confermati e altri sospetti. Un numero che diviso per gli ultimi tre mesi indica piuttosto un cluster fuori stagione. L’Epatite A è endemica, abbiamo casi ogni anno. Questa volta, però, si sono presentati lontano dal periodo natalizio. Bisogna premettere che da circa due anni assistiamo ad un aumento dei casi di Epatite A in tutt’Italia. La Campania è l’ultima regione nella quale si sta manifestando questo fenomeno, assieme al Lazio. La Regione Campania si è attivata da tempo, partecipando attivamente alle attività dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS). Per cui non siamo impreparati all’evento, verso il quale abbiamo anche una specifica competenza, visto che i campani sono grandi consumatori di frutti di mare. Dal punto di vista sanitario, qui abbiamo un bagaglio di investigazioni epidemiologiche importante e siamo molto veloci sulle indagini. I colleghi del Sep, il reparto Epidemiologia e Prevenzione, stanno facendo il tracciamento, abbiamo già fornito i primi dati all’ISS.
Chi sono i contagiati?
Cittadini campani. L’età media, rispetto al primo picco, è aumentata, va tra i 25-30 anni ai 55-60 anni. L’unico caso grave è quello di un 46enne trasferito al Cardarelli in osservazione. La gravità dipende molto dall’avere patologie croniche pregresse.
Come si distingue l’Epatite A da una intossicazione alimentare o da una gastroenterite?
L’Epatite A acuta non è una gastroenterite. Abbiamo avuto gastroenteriti quest’inverno, con febbre alta per 5 giorni, ma queste sono legate all’Entero-rinovirus, che è il virus del raffreddore e per caratteristiche dà anche una compromissione intestinale. L’Epatite A ha sintomi diversi e facilmente riconoscibili: transaminasi alte, ittero, cioè il colore giallo di cute e sclere, nausea, febbricola.
Cosa è emerso dal tracciamento dei contagi?
C’è stato probabilmente un momento di contaminazione, sul quale sono in corso accertamenti. Abbiamo avuto un primo picco di casi tre settimane fa, tra il 20 e il 28 febbraio, e stiamo vivendo un secondo picco oggi.
Come è partita l’infezione?
La maggior parte ha mangiato frutti di mare crudi o prodotti ittici crudi che hanno avuto una commistione con i prodotti contaminati: in pratica, sono stati conservati vicino ai frutti di mare contaminati. Questo è accaduto circa 25 giorni fa. Cozze, ostriche e vongole possono risultare positive al virus, perché i mitili fungono da filtro per le acque contaminate e concentrano quantità di virus superiori all’ambiente circostante. È possibile anche che durante il trasporto di questi prodotti infetti siano stati contaminati strutture o altri prodotti. Associate a queste vie di contagio vi sono anche le forme intra-familiari o alcune tipologie di rapporti che possono arrivare anche ad un 10% dei casi.
Dove si sono concentrati i contagi?
I primi casi sono stati riscontrati nell’Asl Napoli 3 Sud, poi nell’Asl Napoli 1 Centro e nell’Asl Napoli 2 Nord. Nel picco attuale, invece, abbiamo cluster nell’Asl Napoli 2 Nord, Napoli1 Centro e nell’Asl di Caserta. A questi si aggiungono altri casi in altre province, ma contratti al di fuori della zona di residenza.
È possibile un terzo picco?
La diffusione è legata alla globalizzazione e agli spostamenti. Anche ora potrebbero esserci persone che stanno incubando il virus e potrebbero portarlo altrove. Quindi non si può escludere, ma non è detto che avverrà. Ma i protocolli sanitari di prevenzione sono stati attivati subito dopo i primi casi. Se non ci saranno altre modalità di diffusione il fenomeno tenderà a scemare. Stiamo investigando sui mezzi di trasporto e gli spostamenti dei prodotti contaminati. Dobbiamo attendere l’esito delle indagini epidemiologiche. Inoltre, grazie alla disponibilità del vaccino, che è life long, ossia dura tutta la vita, ed è sicuro, perché esiste da decenni, i casi si ridurranno.
Le dosi di vaccino sono disponibili in Campania?
Sì. Non si tratta di una vaccinazione di massa. La prima cosa da fare, prima della vaccinazione, è fare uno screening per sapere se per caso si è già avuta l’Epatite A, magari inconsapevolmente, e quindi si è già coperti. Chiedere al proprio medico di base. Per il resto, la Regione ha emanato note tecniche e comunicati dove suggerisce le categorie per le quali è consigliata la vaccinazione, come soggetti fragili, ma anche chi lavora nella filiera alimentare e dei prodotti ittici.
I posti letto per i ricoveri sono sufficienti?
Sì, non c’è un problema di questo tipo, anche grazie al dialogo continuo della rete ospedaliera regionale.
A Napoli si è scatenata la paura per la zuppa di cozze di Pasqua, che ne pensa?
Sono timori infondati. Non bisogna demonizzare i prodotti ittici, che non vanno consumati crudi, ma possono essere mangiati ben cotti. Per evitare il contagio basta rispettare le regole indicate dall’Asl sull’igiene personale, cuocere i cibi per diversi minuti e lavarli bene. Gettare le cozze che non si aprono.