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Falsificata la cartella clinica di una donna morta alla clinica Pineta Grande di Castel Volturno: condannato il titolare

L’imprenditore Vincenzo Schiavone, titolare della clinica Pineta Grande di Castel Volturno, nel Casertano, è stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere. Schiavone avrebbe falsificato la cartella clinica di Francesca Oliva, 29enne morta nella struttura nel 2014 a causa di una setticemia dopo il parto.
A cura di Valerio Papadia
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La clinica Pineta Grande di Castel Volturno
La clinica Pineta Grande di Castel Volturno

Il giudice monocratico del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha condannato a 4 anni e mezzo di carcere l'imprenditore Vincenzo Schiavone, titolare della clinica Pineta Grande di Castel Volturno, nella provincia di Caserta, per il reato di falso in atto pubblico; condannati anche due medici della struttura sanitaria a 3 anni e 4 mesi. La vicenda è quella relativa alla morte di Francesca Oliva, paziente di 29 anni deceduta nella clinica Pineta Grande nel 2014 in seguito a una setticemia, dopo aver dato alla luce tre gemelli: due sono morti, mentre la terza è sopravvissuta. Secondo l'accusa, Schiavone avrebbe falsificato la cartella clinica della 29enne.

Francesca Oliva arrivò alla clinica Pineta Grande di Castel Volturno dall'ospedale San Giuliano di Giugliano. Nel 2021, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere assolse i 14 medici finiti a processo per omicidio colposo – tra i due nosocomi – per non aver commesso il fatto. Dal procedimento principale è nato quello per falso: secondo gli inquirenti, nella cartella clinica di Francesca Oliva sarebbe stata aggiunta post mortem la somministrazione di un antibiotico in realtà mai avvenuta; inoltre, dalla cartella clinica della 29enne sarebbe stato cancellato il riferimento alla condizione di malessere diffuso della donna.

Schiavone: "Condanna per un reato che non ho commesso"

In una nota, l'imprenditore Vincenzo Schiavone ha commentato la sentenza di condanna del giudice monocratico di Santa Maria Capua Vetere. Nella nota si legge:

Subisco una condanna per un reato che non solo non ho commesso, ma che non avrei avuto nessun motivo e soprattutto interesse a commettere, visto che la nostra struttura paga, ogni anno, solo di premio assicurativo oltre un milione e mezzo di euro per i risarcimenti dei danni derivanti dall'attività medico-professionale. Quello che più mi addolora è l'accusa di aver voluto alterare un documento per ‘risparmiare' un risarcimento che, ripeto, rientra nelle previsioni dell'attività di una struttura che ogni giorno salva la vita a decine di persone e cura e assiste migliaia di pazienti provenienti da tutta la regione e anche da fuori la Campania

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