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De Luca torna a Salerno, ma il modello del passato ora rischia di non bastare

Il ritorno di De Luca a Salerno appare naturale, ma tra logoramento della narrazione e fine del vecchio modello la corsa al 2026 è piena di insidie.
A cura di Domenico Giordano
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Vincenzo De Luca
Vincenzo De Luca

Non era poi così difficile prevedere che la lunga parabola politico-amministrativa di Vincenzo De Luca si completasse proprio lì dove tutto è iniziato trentasette anni fa con la candidatura e l'elezione al Consiglio comunale di Salerno. Non ci voleva – come si usa dire da queste parti – la zingara p’ ‘nduvinà che lo sbocco naturale rimanesse, al di là di voli pindarici su possibili promozioni nazionali, Palazzo di Città.

Del resto chi ha seguito con un minimo di attenzione i vari passaggi del suo percorso sa fin troppo bene che anche durante i soggiorni a Roma, da parlamentare e da viceministro, così come nel decennio a Napoli alla guida della Campania, il legame viscerale con Salerno, non solo e non tanto come città ma innanzi tutto come dimensione dell’anima e patrimonio mondiale del deluchismo, non si è mai interrotto, anzi il capoluogo è rimasto sempre e comunque al centro della maggior parte delle scelte politiche adottate.

Il controllo, inteso come necessità di conoscenza, indirizzo e di legittimazione di quanto si muovesse tra il Sarno e il Sele non è mai venuto meno, semmai stando lontano si è ulteriormente militarizzato. Eppure, questa visione latifondista e manichea della politica, oggi non è di per sé garanzia di un rientro facile, privo di insidie e trappole.

Il modello deluchiano da De Biase a Napoli

Il modello vincente che per ben quattro volte in passato ha premiato con la vittoria gli arrembaggi deluchiani, nel 1993, 1997, 2006 e 2011 e che consentito a Mario De Biase nel 2001 e a Vincenzo Napoli nel 2016 e ancora nel 2021 di essere sindaci sotto la ferrea tutela politica di De Luca, rischia questa volta di infrangersi sugli scogli. E, diciamolo subito a scanso di equivoci, non è per una questione anagrafica, ci mancherebbe, la grinta, la tenacia e una dose esagerata di stacanovismo non hanno mai difetto al nostro, nonostante il passare degli anni. I pericoli maggiori invece sono essenzialmente due: la consunzione fisiologica della narrazione monotematica deluchiana, che vuole Vincenzo quale unico e solo interprete del rinascimento di Salerno, e in secondo luogo, la trappola, questa sì molto più subdola, che per vincere sia sufficiente ancora una volta limitarsi a replicare il modello del passato.

Queste sono le paludi nelle quali rischia di infognarsi il sogno di De Luca di indossare nel 2026 la fascia tricolore e diventare così il sindaco più longevo di Salerno e di Italia. Intanto, partiamo dal logoramento di quella narrazione salvifica, portata avanti in questi quattro decenni per sottolineare che la sua capacità di presa non può esser più la stessa dei primi tempi, soprattutto perché è lapalissiano anche al basolato di via dei Mercanti quali sono e in capo a chi pesano le responsabilità amministrative di una gestione complessivamente deficitaria della città.

De Luca oggi a Salerno non sarà lo stesso di un decennio fa

Per quanto De Luca sia imbattile nel passare senza imbarazzo alcuno dal ruolo del controllore a quello del censore, è inevitabile quanto la frontiera deluchiana, che ha affascinato e sedotto quasi due generazioni di salernitani non possa funzionare se non con un nuovo interprete, con un novello Kennedy, che porti in dote un passato meno ingombrante. Solo in questo modo, ritagliandosi il ruolo di Padre nobile e lasciando ad altri quello di condottiero, quel posizionamento narrativo può ancor essere sfruttato per vincere. Ma, di certo questa ipotesi non collima con i desiderata, gli scenari e le ambizioni coltivati dal diretto interessato.

Anche per questo motivo, il pericolo di duplicazione pedissequa del modello civico-clientelare di De Luca contro tutto e tutti, comunque vada, rappresenta il secondo anello debole della rincorsa alla fascia. Le municipalizzate hanno perso quasi del tutto la loro spinta propulsiva, la rete locale di controllo del consenso si è indebolita e frammentata, le alternative politiche, per quanto ancora non pienamente autonome, sono vive e presenti e, in ultimo ma non per ultimo, gli spazi di manovra di un tempo adesso sono diventati molto più limitati. Ecco perché, questa volta diventa complicato costruire una campagna identitaria e di riscatto e scrivere sui manifesti “fieri di Salerno”.

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Domenico Giordano è spin doctor e consulente di comunicazione politica per Arcadia(www.arcadiacom.it) agenzia di cui è anche amministratore. Collabora con diverse testate giornalistiche sempre sui temi della comunicazionepolitica e delle analisi degli insight social e della rete. È consigliere nazionale dell’AssociazioneItaliana di Comunicazione Politica. Ha pubblicato “De Luca, la comunicazione politica di Vincenzo De Luca da sindaco a social star (Area Blu edizioni 2021) e “Sono un uomo di pace e perfino d’amore” (GrausEdizioni 2022). Da marzo è in libreria con “La Regina della Rete, le origini del successo digitale di Giorgia Meloni” (Graus Edizioni 2023)
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