Ciro è Ciro Migliore. Lo è perché ha scelto di esserlo, lo è perché ha avviato un difficile percorso di accettazione di se con la volontà di iniziare quello più complesso e definitivo: la transizione. Ciro è un ragazzo trans, ma per la giustizia italiana che sul genere si riferisce solo ed esclusivamente ai documenti, egli è Cira Migliore. Dunque il giovane trans di Caivano, arrestato all'alba per spaccio di droga al Parco Verde di Caivano (Napoli), è ora detenuto a Pozzuoli, nel carcere femminile. Il fidanzato di Maria Paola, morta inseguita sullo scooter dal fratello Michele, contrario alla loro relazione,  non ha completato la transizione. Quindi sui documenti – e anche sugli atti giudiziari – è una donna. È Cira Migliore, ha documenti e corpo femminile.

Sulla delicata questione della transessualità nella detenzione la legislazione italiana è carente poiché lo sono gli spazi. Più in generale possiamo dire senza timore di smentita che sono carenti gran parte dei diritti dei cosiddetti "ristretti". Cosa succede ad un trans dietro le sbarrer lo spiega bene una dispensa pubblicata nel 2013 proprio dal Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria, dal titolo "Le dimensioni dell'affettività", redatta da tre vice Commissari di Polizia penitenziaria:

 I transessuali appartengono ad una “categoria” a cui è riservato un trattamento del tutto peculiare, che di fatto risulta essere più limitato rispetto a quello di ogni altro detenuto. La loro condizione in carcere è problematica e difficile non solo per la particolarità dell’esperienza vissuta ma anche e soprattutto per le loro caratteristiche psicologiche e fisiche: un transessuale non può essere detenuto, per motivi contingenti, in reparti maschili (o femminili, nel caso di Ciro ndr.).
La vita detentiva, senza considerare la “sessualità sentita” dei detenuti, non aiuta a comprendere la storia di un corpo modificato o in via di trasformazione.
Imparare la “mascolinità o la femminilità” in quel contesto significa imparare rapporti di dominio o di subordinazione quasi come se fossero naturali.

Il problema è quello dell'ubicazione del detenuto: come si pone un individuo fisicamente donna, ma che si percepisce come uomo, in un carcere femminile o viceversa? Nella dispensa del Dap è raccontato l'iter seguito ad oggi, di certo non ottimale.

[…] il modello organizzativo generalmente riscontrabile nella maggior parte degli istituti penitenziari, che ospitano transessuali, prevede la creazione di un’ala appositamente dedicata, solitamente posta all’interno del reparto maschile, dove le ore d’aria sono concesse in momenti differenti rispetto agli orari degli altri detenuti, per un tempo in molti casi nettamente inferiore.

Non è raro trovare anche omosessuali nel reparto speciale per “trans”, ciò accade perché molti di loro preferiscono dichiararsi transessuali e farsi collocare nel settore apposito piuttosto che affrontare la difficile realtà ultra-maschilista dell’ambiente detentivo. Altre volte, se al momento del suo ingresso in carcere, un omosessuale si dichiara tale, viene messo in isolamento o insieme alle persone transessuali per cui, spesso, preferisce negare la propria identità.

Infatti, quando il transessuale entra in carcere viene identificato da un documento che lo classifica come maschio (o donna, come nel caso di Ciro ndr.), un’identità che egli non riconosce ma che è costretto, per forza di legge, a portare con sé e, pertanto, viene assegnato al reparto maschile, non a quello femminile.