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Novità sulla morte di Mario Paciolla

Caso Mario Paciolla, l’appello dei genitori: “C’è chi ha mentito sugli ultimi giorni di Mario, ora dica la verità”

Mentre si prepara il ricorso alla corte europea per i diritti dell’uomo, i genitori del cooperante italiano morto in Colombia rivolgono un appello a Stavroula Antara, a capo della missione Onu, e alla collega che trovò il corpo, Lara Pardo Fernandez: “Dite la verità sugli ultimi giorni di Mario”.
A cura di Antonio Musella
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I genitori di Mario Paciolla non hanno smesso di lottare, Anna Motta e Pino Paciolla continuano la loro battaglia per sapere la verità sulla morta di loro figlio, un brillante cooperante italiano che lavorava per la missione Onu in Colombia, con il compito di monitorare gli accordi di pace tra il governo e le Farc. Il 15 luglio del 2020 Mario è stato trovato morto a San Vicente del Caguan. Familiari e amici hanno da subito iniziato la loro lotta per sapere verità e giustizia, in un questo solco nel 2025, l'inchiesta realizzata da Fanpage.it ha messo in fila tutte le incongruenze che portavano al suicidio, evidenziando come Mario invece sia stato probabilmente ucciso.

Il Tribunale di Roma, dopo un primo rigetto all'istanza di archiviazione presentata dai pm, ha poi chiuso il caso come suicidio, nonostante le evidenti falle nelle indagini compiute dagli investigatori colombiani. Ma Anna e Pino hanno continuato a girare l'Italia raccogliendo la vicinanza e la mobilitazione della società civile, di associazioni come Libera che si è mobilitata per chiedere verità e giustizia. Oggi, mentre preparano nuovi ricorsi, vogliono però fare un appello: c'è qualcuno che ha mentito sugli ultimi giorni di Mario, è il momento di dire la verità. 

"Prepariamo il ricorso alla corte europea"

Mario Paciolla è stato ucciso, questa è una verità che viaggia sulle gambe di migliaia di persone che l'hanno accolta e gridata in tutta Italia, nelle iniziative pubbliche, nelle manifestazioni, ed anche in parlamento. Resta in attesa di essere discussa infatti la proposta di una commissione parlamentare d'inchiesta presentata da tutte le forze di opposizione sia alla Camera che al Senato.

"Il senatore Marco Lombardo di Azione ci aveva spiegato che in commissione diritti umani erano tutti d'accordo, anche la maggioranza, eppure siamo ancora in attesa che si discuta la proposta" ci spiega Pino Paciolla, papà di Mario. La richiesta delle opposizioni è stata presentata unitariamente, eppure dalle forze di maggioranza di centro destra non c'è stata ancora una volontà di calendarizzare la proposta nei lavori parlamentari. La famiglia prepara intanto le nuove mosse: "Dal punto di vista giudiziario, con l'archiviazione, la vicenda è chiusa – spiega Pino Paciolla – per questo la nostra unica strada è quella di ricorrere alla corte europea per i diritti dell'uomo, stiamo ultimando il ricorso con i nostri legali".

Le evidenze che bocciano la tesi del suicidio non sono soltanto nella perizia medico legale, nei buchi della ricostruzione degli investigatori colombiani, nell'assenza palese di un movente che avrebbe portato Mario ad uccidersi, ma soprattutto sta in quello che Mario aveva detto ai genitori negli ultimi 5 giorni di vita. Paura, volontà di scappare subito dalla Colombia, il rischio della propria incolumità comunicato esplicitamente ai genitori via telefono. Mario aveva un vincolo di segretezza sulle sue attività lavorative, come tutti gli operatori dell'ONU, per questo non poteva dire esplicitamente di cose avesse paura negli ultimi 5 giorni prima di morire, ma ha fatto di tutto per farlo capire. Aveva un biglietto per tornare in Italia, fatto in fretta e furia dopo uno scontro avuto in una riunione di lavoro, ma la mattina in cui doveva partire fu ritrovato morto.

Nel mirino delle accuse c'è Christian Thompson Garzon, il responsabile della sicurezza della missione Onu in cui lavorava Paciolla, ex militare, ex agente dei servizi segreti ed ex contractor per le multinazionali, esperto in sicurezza. "Dobbiamo ringraziare Fanpage.it perché ha mostrato tutte le assurdità che hanno raccontato per avvalorare la tesi del suicidio, ed ha mostrato la verità, ovvero che Mario è stato assassinato" sottolinea Pino Paciolla. Ma è proprio sugli ultimi giorni che secondo i genitori c'è qualcuno che ha mentito.

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"I colleghi di Mario dell'ONU hanno mentito, ora dicano la verità"

Una delle chiavi per far riaprire il caso di Mario Paciolla sarebbe la presenza di elementi, circostanze e testimonianze nuove. Ed è su questo che si concentrano gli sforzi della famiglia. Partendo da una sensazione che sembra essere ormai una certezza per i genitori, i colleghi di Mario hanno mentito. Ebbene ricordare che gli interrogatori del capo della missione in cui lavorava Mario e dei suoi colleghi sono stati fatti da remoto, perché si era in periodo Covid, e mai più ripetuti.

È accertato che le persone interrogate in video conferenza avevano accanto a loro un responsabile degli affari legali delle Nazioni Unite, e nessun inquirente ha ritenuto necessario interrogare nuovamente queste persone, dal vivo e senza possibilità di condizionamenti. "L'ONU ha deciso di dare ai colleghi ed alla capa di Mario l'immunità diplomatica, in questo modo ha tolto la possibilità di arrivare alla verità" spiega Pino Paciolla. "È chiaro che non tutti hanno detto la verità sugli ultimi 5 giorni di Mario, tra questi sicuramente coloro che lavoravano nella squadra di Mario, sono i primi implicati" spiega la mamma Anna Motta. "Non hanno detto la verità, ed il loro rimorso profondo è testimoniato dal fatto che alcuni di loro non hanno mai voluto parlare con noi. Parliamo di persone che qualche mese prima della morte di Mario comparivano in fotografie in gita con nostro figlio, abbracciati e sorridenti".

Ma chi sono esattamente le persone su cui si concentrano i sospetti della famiglia: la prima è Stavroula Antara, detta Lina. "Era il capo della missione. Per noi sicuramente lei non ha detto la verità". Nelle carte giudiziarie ci sono diversi passaggi che indicano come la funzionaria greca sapesse molte cose sulle inquietudini di Mario. Lo stesso cooperante italiano, in una telefonata agli atti del processo, dice a sua madre di aver parlato con la Antara, che le ha spiegato delle cose e che la stessa le abbia suggerito di rientrare in Italia, prendersi un periodo di vacanza. "La Antara ha detto a Mario che l'importante è che lui uscisse da San Vicente del Caguan, questo vuol dire che lei era a conoscenza di ciò che stava succedendo. Eppure nell'interrogatorio non ha detto nulla".

La Antara, avendo un ruolo apicale, non poteva non essere a conoscenza di elementi di rischio per l'incolumità di Mario, e se le ha suggerito di lasciare la regione è perché evidentemente aveva percepito un pericolo. Altrimenti la sua raccomandazione, "è importante che tu esca da San Vicente" non avrebbe senso. Ma non c'è solo Stavroula "Lina" Antara nel mirino dei genitori, ma anche la collega di Mario che ha trovato il corpo, Lara Pardo Fernandez. "Lei compare in tante foto accanto a Mario, era sua amica, io la vedo tutti giorni nel quadro che ho a casa mia dove è insieme a Mario. Quando guardo quella foto provo grande tristezza, anche lei non ha detto la verità, ed anche lei non ci ha mai voluto incontrare" spiega Anna Motta.

La Pardo Fernandez trova il corpo di Mario in casa sua la mattina del 15 luglio 2020, quando insieme al responsabile della sicurezza, Christian Thompson, si reca da Mario per accompagnarlo all'aeroporto dove avrebbe dovuto prendere l'aereo per l'Italia. Dalle ricostruzioni degli investigatori colombiani, Lara Pardo Fernandez entra in casa di Mario dopo che lo stesso non aveva aperto, è lei che avrebbe trovato il corpo di Mario impiccato. A quel punto, si legge nelle carte, Thompson avrebbe ordinato alla Pardo Fernandez di uscire fuori dalla casa, ma dal momento dell'ingresso dei due al momento in cui Thompson chiama la polizia colombiana sarebbe passati quasi 40 minuti. Un tempo in cui non è mai stato chiarito cosa sia successo.

"Può mai essere che queste due persone, che avevano avuto un rapporto così stretto con mio figlio, non siano mai venute da noi? Venissero da noi, ci raccontassero finalmente la verità" sottolinea la mamma di Mario. "Mio figlio ha chiesto molte volte di cambiare squadra, io credo che in quella missione si siano viste cose senza denunciarle, per questo mio figlio poi è stato ucciso" dice Anna. I genitori di Mario rivolgono un appello diretto: "Chiediamo a Stavroula Antara e Lara Pardo Fernandez di dire la verità, di venire da noi, di contattarci, siamo disposti a raggiungerle ovunque, pur che ci venga detta la verità su quegli ultimi giorni di Mario".

"Ci sentiamo cittadini di serie B"

Vedremo se Antara e Pardo Fernandez vorranno incontrare i genitori di Mario e raccontare tutto quello che sanno. "Io sono pronta a perdonare chi materialmente ha ucciso mio figlio, perché forse non aveva altra scelta" ci dice Anna Motta. Un'affermazione che presume che esistano mandanti ed esecutori. "Sicuramente ci sono dei mandanti e degli esecutori. I perdono gli esecutori, ma non posso perdonare chi, sapendo delle cose, continua ad ostacolare la verità". Il caso di Mario Paciolla, sebbene sia stato conosciuto dal grande pubblico, sebbene abbia visto un impegno importante anche da parte di diversi politici o di associazioni nazionali come Libera di Don Ciotti, da la sensazione di non essere stato trattato allo stesso modo di altri grandi casi di italiani uccisi all'estero.

"Napoli vive uno stereotipo negativo – ci dice Anna Motta – Napoli viene associata alla criminalità così come la Colombia, come se ci fosse un collegamento tra i Narcos e Gomorra, quindi pare assurdo che un giovane napoletano, con una carriera brillante, potesse essere un operatore di pace. Noi abbiamo questa sensazione, come se dei napoletani si debba parlare per forza male. Noi rispetto al mondo dei media e della politica ci sentiamo cittadini di serie B". Intanto Anna e Pino continuano ad essere invitati da associazioni, realtà di base, partiti e sindacati a raccontare la storia di Mario in tutta Italia. "Ora saremo a Massa, poi a Pesaro, resta il peso di essere convinto di non aver avuto l'attenzione necessaria sul caso di Mario da parte della politica e dei media. Non tutti i media sono uguali certo, e nemmeno i politici, penso a quelli napoletani ad esempio, che ci sono sempre stati vicino. Ma quella sensazione di essere cittadini di serie B resta, ed è una sensazione molto amara".

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