Il cartello dei Casalesi, radicato nel Casertano ma con ramificazioni praticamente ovunque, e il clan Cicala della Sacra Corona Unita, originario di Taranto, in Puglia, si erano infiltrati nel settore degli idrocarburi, stravolgendo il mercato con frodi sulle accise e sull’Iva e con intricati sistemi di false intestazioni per aggirare i controlli. Emerge dall’inchiesta coordinata dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Potenza e Lecce che hanno portato a misure cautelari personali e reali per 45 persone alla denuncia a piede libero per altri 71 indagati.

Delle misure cautelari, 26 sono in carcere, 11 agli arresti domiciliari, 6 divieti di dimora e 2 interdittive della sospensione dall'esercizio di due appartenenti al Corpo per sei mesi. L’operazione è partita alle prime ore di oggi, 12 aprile, eseguita dai militari della Guardia di Finanza di Taranto e Salerno e dai carabinieri del Comando Provinciale di Salerno tra le province di Salerno, Brescia, Napoli, Caserta, Cosenza e Taranto. Nei confronti dei 45 indagati sono stati inoltre eseguiti sequestri di immobili, aziende, depositi e flotte di autoarticolati, disposti dai gip di Potenza e Lecce, per un valore complessivo di circa 50 milioni di euro. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di frodi su accise e IVA sugli olii minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita.

L'indagine, si legge in una nota firmata dal procuratore di Potenza, Francesco Curcio, e dall'omologo di Lecce, Leonardo Leone De Castris, "ha confermato come la grande criminalità organizzata e le mafie nazionali, oramai, si finanzino se non in via esclusiva, in via assolutamente prevalente, in uno con il traffico di stupefacenti, attraverso queste attività illecite di contrabbando che, nell'attualità, hanno raggiunto proporzioni gigantesche, cui mai si era arrivati nel passato".

L'inchiesta di Taranto sul contrabbando di carburante

A Taranto, hanno ricostruito gli inquirenti, l'organizzazione ruotava intorno alla figura di Michele Cicala, con legami con componenti del clan tarantino Catapano-Leone. Il gruppo, "utilizzando un innovativo know how fraudolento nel settore del contrabbando di idrocarburi, saldava la propria attività con quella di gruppi criminali operanti da tempo nei medesimi settori con imprese che già avevano un loro mercato". Si era così alleato con l'altro gruppo, quello che agiva nel Vallo di Diano, tra Basilicata e Campania.

"In sostanza – spiegano i Procuratori – venivano vendute ingentissime quantità di carburante per uso agricolo, che come noto beneficia di particolari agevolazioni fiscali, a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione, assai spesso utilizzando le cosiddette pompe bianche". Nel concreto, il gruppo tarantino forniva a quello campano/lucano dei nominativi di imprenditori agricoli, ignari di tutti, a cui le società fatturavano fittiziamente la vendita del carburante agricolo; in realtà il prodotto veniva venduto in nero ad altri operatori economici che poi lo immettevano sul mercato, guadagnando circa il 50% sul costo effettivo di ogni litro di benzina.

Il gruppo aveva escogitato anche un sistema per evitare che gli imprenditori agricoli scoprissero il raggiro: "attraverso meccanismi informatici, ingannavano il sistema telematico dell'Agenzia delle Entrate, che non era in grado di consegnare la fattura elettronica al fittizio cliente/agricoltore apparente destinatario del caraburante che, quindi, rimaneva inconsapevole della finta operazione di vendita effettuata utilizzando il suo nominativo".

Il prodotto usciva dai depositi fiscali con documenti falsi che attestavano il trasporto di carburante agricolo. In caso di controllo da parte delle forze dell'ordine, il gruppo utilizzava lo stesso stratagemma dell'organizzazione svelata pochi giorni fa a Roma: tramite un congegno veniva azionata una pompa che iniettava il colorante nella cisterna del veicolo, cambiando il colore e facendolo risultare come quello agricolo. Una volta arrivato nei depositi commerciali degli indagati, il camion si fermava per simulare lo scarico del carburante agricolo e il carico di quello per autotrazione, per poi ripartire con della documentazione falsa. Una volta giunto al deposito finale, l'operazione non veniva registrata e si completava quindi la vendita in nero. Secondo i magistrati questa attività fruttava circa 30 milioni di euro ogni anno.

Il filone lucano, contatti coi Casalesi

Sul versante lucano, le indagini si sono concentrate sulle società di carburanti del Gruppo Petrullo, guidato da Massimo Petrullo, che negli ultimi anni avevano avuto un aumento esponenziale di fatturati e investimenti. Era emerso che il boom economico della ditta era coinciso con l'ingresso nelle compagnie societarie di "componenti della nota famiglia casertana dei Diana (di San Cipriano d'Aversa), che avevano investito nell'impresa, in forma occulta, capitali provenienti, con ragionevole certezza e comunque a livello di gravità indiziaria, da pregresse attività illecite, specie nel settore del traffico di rifiuti, attività di rilevantissime dimensioni in relazione alle quali era stata contestata, a suo tempo, dalla Procura di Napoli, a Diana Raffaele, l'aggravante della finalità agevolatrice del clan dei Casalesi".

Nel tempo, rilevano i magistrati, la famiglia Diana aveva assunto un ruolo predominante, tanto che Massimo Petrullo, ormai estromesso dal controllo, aveva cercato di accordarsi segretamente coi tarantini ed era stato "perfino assoldato un killer per uccidere Raffaele Diana, tentativo poi abbandonato"; i contrasti non erano sfociati in una guerra "solo in ragione del mutuo interesse a non sollevare eccessivi allarmi sulle attività illecite perpetrate, estremamente lucrose per entrambe le parti".

Tra le condotte illecite, anche "la partecipazione ad una gara per la fornitura di carburanti a favore del Consorzio di Bonifica dei Bacini del Tirreno Cosentino, aggiudicata attraverso un accordo irregolare, garantito dalla vicinanza con un esponente della criminalità locale, in grado di imporsi anche in un territorio differente da quello di elezione. È stato acclarato il pieno coinvolgimento in questo episodio di un dipendente del Consorzio, oggi sottoposto agli arresti domiciliari". Scoperta infine la complicità di un carabiniere che, secondo le accuse, aveva fornito al gruppo delle informazioni sulle indagini in cambio di alcune taniche di carburante che poi aveva rivenduto; il militare, dopo l'emersione degli elementi contro di lui, già nel novembre 2019 era stato trasferito in altra provincia in incarico non operativo.

Mafie e petroli, nell'affare il clan Moccia e la ‘ndrangheta

L'operazione segue di pochi giorni quella messa a segno della Guardia di Finanza tra Campania, Lazio e Calabria e che ha svelato gli interessi della camorra (in particolare del clan Moccia di Afragola) e della ‘ndrangheta nello stesso settore; in quel caso punto cardine dell'indagine era l'ereditiera e cantante Anna Bettozzi che, secondo le accuse, con i fondi arrivati dalla camorra aveva risollevato le sorti della sua azienda, la Max Petroli, e aveva destabilizzato il mercato con un giro di false fatturazioni ed evasione.

(ultimo aggiornamento 12 aprile 11:25)