Ucciso a Rogoredo da un poliziotto, perché sulla pistola a salve che avrebbe impugnato Mansouri non ci sono impronte

L'esame delle luci forensi, necessario per rilevare le tracce che sono invisibili a occhio nudo, non hanno rilevato impronte digitali utilizzabili sulla replica della Beretta 92 che Abderrahim Mansouri avrebbe impugnato la sera del 26 gennaio prima di essere ucciso da un assistente capo di polizia a Rogoredo, nella periferia Sud di Milano. Stando a quanto riferito dal poliziotto durante l'interrogatorio con il pm Giovanni Marzia, il 28enne gliel'avrebbe puntata contro e, dopo avergli intimato di fermarsi, gli avrebbe sparato ferendolo a morte sopra l'orecchio destro. Cadendo, infatti, la pistola a salve potrebbe essersi sporcata con fango e acqua: "Per quanto si lavori con estrema delicatezza, il fango deve essere rimosso per consentire una lettura completa dell'eventuale impronta digitale, ma le operazioni di pulizia possono cancellare anche le tracce", ha spiegato a Fanpage.it Salvatore Spitaleri, biologo forense e criminalista, ex Ris dei carabinieri di Messina, "un'altra opzione percorribile potrebbe essere quella dell'esame del Dna sugli eventuali depositi di grasso della pelle, ma anche quello non garantisce risultati certi".
La replica della Beretta caduta a terra
Il 42enne, difeso dall'avvocato Pietro Porciani e indagato per omicidio volontario, ha dichiarato durante l'interrogatorio con il pm che mentre era impegnato in un arresto con un collega, "due figure" si sarebbero avvicinate. Mentre una si allontanava, l'altra avrebbe proceduto verso di loro e, dopo aver ignorato l'avvertimento "fermo polizia", avrebbe estratto "un'arma". Solo a quel punto, l'agente capo della polizia di Stato in servizio al Commissariato di Mecenate avrebbe fatto fuoco con la pistola d'ordinanza. Stando a quanto emerso finora, la distanza tra i due sarebbe stata superiore ai 25 metri e il proiettile ha centrato Mansouri sopra l'orecchio destro.
Mentre si attendono i risultati della balistica per la ricostruzione della traiettoria del colpo mortale, è stato completato il primo esame sulla replica della Beretta che il 28enne avrebbe impugnato quella sera. Le luci forensi, però, non sono riuscite a isolare una traccia utilizzabile di impronta digitale, probabilmente perché l'arma si era sporcata con fango e acqua una volta finita a terra. Non sarebbero state trovate nemmeno tracce riconducibili all'agente di polizia, il quale ha dichiarato di aver spostato la Beretta per toglierla dalla possibilità di Mansouri ma senza ricordare se averla toccata con un piede o con una mano.
Le impronte digitali illeggibili e la ricerca di tracce di Dna
"Per essere utilizzata in un confronto, l'impronta digitale deve essere vista in modo completo e deve rispettare certi requisiti", ha spiegato l'ex Ris Spitaleri a Fanpage.it, "se effettivamente l'arma si era sporcata con il fango, durante le operazioni di pulizia potrebbero essere state cancellate anche le eventuali impronte". Per pulire un'arma da analizzare vengono utilizzati pennelli o varie polveri, ma nonostante le precauzioni le tracce possono diventare illeggibili. "Le impronte digitali sono molto delicate e basta che la mano si sposti per rendere illeggibile il dermatoglifo (le linee che compongono l'impronta digitale, ndr)", ha affermato il biologo forense.
C'è ancora un esame, però, che può essere fatto sulla finta Beretta. Si tratta dell'analisi degli eventuali depositi di sebo, cioè del grasso della pelle, dai quali si potrebbe estrarre il Dna della persona che l'ha impugnata. "Usando l'acido cianoacrilato nebulizzato, viene fatta una fumigazione del reperto che cristallizza i punti in cui ci sono questi depositi", ha spiegato Spitaleri: "Non è detto che venga fuori un risultato, perché di solito ci sono poche cellule e ne servono almeno quattro o sei per estrarre il Dna, però a mio avviso un tentativo va fatto. Anche in questo caso, se c'è del fango da togliere in quei punti, si rischia di cancellare tutto".