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Uccidevano i civili a Sarajevo per svago: “Pagavano di più per le donne incinte, la sera andavano a far festa”

I turisti che pagavano per andare a Sarajevo per uccidere civili, avrebbero versato più soldi per ammazzare bambini e donne incinte. Poi, dopo aver ucciso, andavano a festeggiare.
A cura di Ilaria Quattrone
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I civili che corrono lungo la "sniper alley" cercando di evitare il fuoco dei cecchini (foto da LaPresse)
I civili che corrono lungo la "sniper alley" cercando di evitare il fuoco dei cecchini (foto da LaPresse)

Emergono ulteriori dettagli sul caso dei "safari umani" organizzati a Sarajevo negli anni Novanta quando la città era assediata dalle forze serbo-bosniache. Più precisamente, sui turisti (tra loro c'erano anche molti italiani) che pagavano migliaia di euro per uccidere i civili. Sembrerebbe che alcuni di loro, dopo aver trascorso la giornata a uccidere persone, alla sera erano soliti festeggiare e fare le ore piccole. A far parte di questi gruppi di turisti, sarebbero state persone facoltose: imprenditori, giudici, notai, avvocati, medici. E tra loro ci sarebbero state sia uomini che donne.

In Italia a indagare su quanto accaduto è la Procura di Milano che, nei giorni scorsi, ha iscritto una persona al registro degli indagati per omicidio aggravato. Si tratta di un uomo di Pordenone, che attualmente ha 80 anni, che lavorava come camionista e che sarebbe anche un collezionista d'armi. Interrogato dagli inquirenti, ha negato ogni coinvolgimento. Nei prossimi giorni, saranno interrogate altre tre persone che, sempre secondo gli investigatori, sarebbero state tra i cecchini.

Nel frattempo, come riportato dal quotidiano britannico Il Times, un uomo di 63 anni, Aleksandar Licanin, che all'epoca era volontario in un'unità corazzata serbo-bosniaca, ha detto di aver visto, in quegli anni, alcuni di questi cecchini festeggiare alla sera dopo che, al mattino, avevano ucciso civili: "Andavano al bar dalle 18 alle 19 e restavano fino alle 5 del mattino cantando e ridendo", ha spiegato. Dopo aver precisato di essere pronto a raccontare tutto quello che sa ai magistrati italiani, Licanin ha raccontato quanto vissuto in quegli anni. E, in queste ore, proprio la Procura di Milano – nello specifico il pubblico ministero Alessandro Gobbis che indaga con il procuratore Marcello Viola – sta valutando di convocare il 63enne come testimone.

Arrivato nel quartiere Grbavica di Sarajevo, si è arruolato nell'unità di carri armati delle forze serbo-bosniache. La sua unità era appostata nei pressi del cimitero ebraico dove era possibile godere di un'ottima vista sulla città. Quell'area era condivisa con una milizia serba guidata da Slavko Aleksic, che ha definito "uno psicopatico". E tra i suoi cecchini, ci sarebbero stati anche "stranieri ben vestiti": "Indossavano costosi giubbotti di pelle e mi è stato detto che erano italiani, tedeschi e britannici". Ha poi aggiunto: "Li aiutavano a trovare i bersagli".

Sembrerebbe che i turisti arrivassero a Sarajevo con elicotteri o su camion che partivano da Belgrado o in autobus che partivano sempre da Belgrado il giovedì sera per fare rientro poi la domenica. Pagavano migliaia di euro e versavano di più per uccidere bambini e donne incinte. Non solo. Pagavano anche per poter ottenere "un posto da cecchino" in "edifici alti". Dopo questi terribili atti, banchettavano con carne e alcol: "Celebravano l'uccisione di persone. Non riesco a immaginare come si possa convivere con l'uccisione di un bambino", ha aggiunto il 63enne. Si ipotizza che le vittime di questi safari siano oltre undicimila. Tra i cecchini, c'erano anche donne. Una tesi che è sempre stata sostenuta anche da Zlatko Miletic, l'allora capo della polizia di Sarajevo.

Licanin, che ha affermato che i safari siano terminati nel novembre 1995, ha poi aggiunto che ad aiutare i cecchini stranieri ci sarebbe stato anche Aleksandar Vucic, che è l'attuale presidente della Serbia, che ha sempre negato le accuse. Così come le ha sempre negate Aleksic, che è morto a dicembre. Ha infatti precisato che Vucic non faceva parte della sua milizia e di non aver mai aiutato o ospitato cecchini stranieri. C'è chi avanza l'ipotesi che la sua morte sia stata orchestrata dall'intelligence serba per evitare che cambiasse versione. Sembrerebbe che, prima di morire, abbia lasciato un archivio a un ex collega della milizia. Un giornalista  croato Domagoj Margetic avrebbe anche alcuni documenti, che riportano la firma di Aleksic, in cui Vucic veniva autorizzato a scortare gli stranieri.

Documenti che sarebbero stati ritenuti falsi. Margetic, oltre a respingere le accuse, ha sostenuto che all'interno c'è il nome di un italiano – di cui ha oscurato il nome – che ha trasmesso agli inquirenti italiani.

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