“Sinistra Ztl? Ma se è l’unica zona in cui abbiamo perso al referendum”: parla il segretario Pd Milano

Da lunedì scorso nelle segreterie milanesi dei partiti, di tutti i partiti, i vari segretari con il loro staff si stanno arrovellando il cervello per analizzare e capire l'esisto del referendum. Qui infatti quel voto, forse più che altrove, serve a decidere le forze da mettere in campo per le prossime elezioni comunali, dove sia centrodestra che centrosinistra ancora non hanno un candidato. Se da un lato, infatti, la città di Milano ha votato in continuità con il trend di centrosinistra che da una quindicina d'anni caratterizza l'elettorato milanese, dall'altro nel Municipio 1 hanno vinto i Sì. I milanesi dell'Area C hanno voltato le spalle al sindaco Sala? È finita l'era della "sinistra della Ztl"? Ne parliamo con Alessandro Capelli, segretario del Pd a Milano.
A Milano vince il No al referendum, come in tutte le grandi città italiane. Nel resto della Lombardia vince il Sì. Secondo lei, perché c'è questa differenza fra i grandi centri urbani e i paesi più piccoli?
I dati ci consegnano una straordinaria mobilitazione valoriale. È ovvio che non è stato un voto tecnico sulla giustizia, ma è stato un voto in difesa della Costituzione. Abbiamo visto una partecipazione enorme in tutta la città metropolitana: è un dato che va oltre i i confini del comune di Milano. Invito, per esempio, a guardare i dati di Sesto San Giovanni.
Da un lato è emerso un desiderio di partecipazione che prima era stato molto sottovalutato. Dall'altro una grande e diffusa mobilitazione valoriale. Per certi aspetti simile alle mobilitazioni su Gaza, quelle sul cambiamento climatico, quelle contro il patriarcato. Questo voto rientra in una grande mobilitazione valoriale.
Poi voglio mettere l'accento sulla partecipazione dei fuoriesce: solo il Pd di Milano ne ha registrato 1400 per fare i rappresentanti di lista per permettergli di votare. Venivano nella nostra sede e si vedeva la voglia di essere protagonisti. Mentre il governo cercava in tutti i modi di ostacolare e complicare il loro diritto al voto, rendendolo un percorso a ostacoli, noi abbiamo risposto aprendo le nostre sedi. Sono venuti centinaia e centinaia di ragazzi e ragazzi e per me è stato un elemento importante perché c'era la percezione di un'ingiustizia che era diventata una voglia di partecipare.
Sono convinto che il No abbia vinto proprio anche perché c'è stata una risposta, anche generazionale, a un governo che è stato percepito come sovranista e arrogante.
Si è fatto un'idea di chi siano, dal punto di vista politico, questi elettori che hanno votato No al al referendum?
Credo siano elettori che si riconoscono nell'alveo dei valori della Sinistra, intesa in senso larghissimo, e che si mobilitano con forza quando sentono che c'è una grande competizione valoriale.
Quando dice "valoriale" intende quindi legata ai temi più che alle persone o agli schieramenti politici?
Esatto, quando dico legata ai valori, legata alle idee e alle visioni di mondo.
Però la città di Milano, da un po' di anni a questa parte, vota sempre centrosinistra.
Questo è un trend che abbiamo in tutte le grandi città europee e perfino del mondo, in tutti i grandi contesti urbani la sinistra è più forte e trova lì la propria forza elettorale. È un elemento diffuso, che a Milano è radicato ormai con continuità dal 2011 in avanti indipendentemente dalla contesa. Nel caso del referendum, però, questo passaggio ha una grande rilevanza per l'affluenza molto alta.
Questo però è un problema per la Sinistra: non riesce a parlare alle province.
Quella è la grande sfida credo di tutta la Sinistra in Europa: deve ritrovare il consenso nelle aree interne, ovvero in quelle aree che si sentono escluse dalle opportunità della globalizzazione, quelle che si sentono tagliate fuori, quelle che sentono di doversi far difendere dalla destra e dal messaggio conservatore.
Però spesso questo dato elettorale viene letto come la dimostrazione che la sinistra sia sempre più rappresentativa del ceto più alto, la cosiddetta "sinistra delle ZTL".
Questo referendum in realtà ci dà un elemento ulteriore: il Sì a Milano ha vinto solo nel Municipio 1, quindi nella ZTL. Lì si sommano diversi fattori: sicuramente la presenza di un voto riformista e moderato molto solido. Un elettorato che quindi appartiene al centrosinistra, ma che sul referendum ha votato Sì. Sicuramente anche la presenza di un voto garantista radicale molto presente in centro. Faccio un nome per tutti: Giuliano Pisapia, sicuramente appartiene al campo di centrosinistra ma proviene da una cultura giuridica profondamente legata all'idea di separazione delle carriere e quindi ha votato Sì.
Questo, però, è un elemento importante da analizzare in previsione delle prossime elezioni comunali. Nel Pd non avete paura che nuove forze politiche più centriste possano rubarvi elettorato?
Già alle ultime elezioni europee avevamo visto molto forti nel Municipio 1 i partiti riformisti e moderati del cosiddetto terzo polo, che però per noi sono evidentemente parte della coalizione di governo che costruiremo da qui al 2027. Quindi direi che è un dato da non sottovalutare, ma neanche da interpretare con allarme perché quel voto sarà comunque parte integrante del centrosinistra milanese.
Però il cosiddetto terzo polo sappiamo che non sempre è disponibile a correre insieme al Pd, soprattutto se ci sono anche altre alleanze (vedi il Movimento 5 Stelle).
Io penso che sia un grande errore interpretare la politica come un'alchimia partitica e questo referendum ci dice proprio questo: le persone non sopportano sono più l'idea di vedere la politica come una specie di ‘House of Cards'. Ma anzi c'è bisogno che ci sia sempre l'elemento emotivo e l'elemento valoriale.
A Milano, io credo che il messaggio che ci danno queste elezioni è che si vince con una proposta credibile, seria e coerente. Si vince con una coalizione larga, come a Milano abbiamo fatto dal 2011 in avanti e che parta dalla coalizione che governa oggi Milano. Si vince tenendo insieme il voto più moderato e il voto più di sinistra.
Non è d'accordo quindi con chi ora sta dicendo che a Milano serve una coalizione più di centro per le prossime comunali?
Mi viene da girare la domanda: può la destra oggi davvero parlare al mondo moderato? È una destra che a Milano ha come capi Ignazio La Russa e Matteo Salvini. Provo a dare un'immagine plastica: il 18 aprile il Pd lancia il suo percorso verso il 2027 su Milano, sulla città metropolitana e sulle politiche. Abbiamo costruito questa iniziativa che si chiamerà ‘Innamorarsi Ancora' e dove parteciperanno voci autorevoli della società civile e del sociale milanese. A qualche chilometro di distanza il centrodestra, capitanato da Salvini, farà la sfilata di tutta la destra radicale nazionalista europea. Questo è quello che oggi il centrodestra. Non a caso Giulio Gallera di Forza Italia, che ha coordinato i comitati per il Sì, ha chiuso la campagna elettorale con Lealtà e azione.
Mi sembra che l'ansia del centrodestra italiano, che ha questa identità sovranista, sia quello di non perdere i voti di Vannacci. Ma Milano è una città europea multiculturale da sempre aperta al mondo, cosa se ne fa Milano dei nazionalismi polverosi?
La vedo molto convinto di essere in vantaggio per le prossime elezioni comunali.
Ritengo che questo voto e anche quelli precedenti ci consegnano il messaggio che, se riusciamo a condividere con la città un messaggio chiaro, costruire un percorso serio, a tenere la coalizione larga, le milanesi e i milanesi si affideranno di nuovo al centrosinistra.
Ma quando parla di coalizione larga intende il Movimento 5 Stelle dentro o fuori?
Per la coalizione si parte da quella già esistente (i 5 Stelle non sono presenti nella maggioranza in Consiglio comunale a Milano, Azione sì). Poi il ragionamento si sposterà sulla condivisione dell'idea di città futura e non dalle alchimie. Non ci sono elementi pregiudiziali da parte di nessuno sull'allargamento.
Questo è quello che dicono anche a livello nazionale, però lì si sente già parlare anche di primarie.
Io sono sempre stato un convinto primarista e penso che ci sia voglia di una buona partecipazione. Nella mia storia e nella storia del centrosinistra milanese le primarie sono nel Dna. Non devono ovviamente essere un rito fine a se stesso o assomigliare neanche lontanamente a una qualche resa dei conti.
Ma allora perché non dite quando le fate? E soprattutto con chi?
Manca più di un anno e mezzo, c'è il tempo per costruire un percorso partecipativo serio. Con la coalizione ragioneremo della modalità con cui individuare il candidato o la candidata.
Sarà… e pensa che Sala gli lasci un elettorato contento?
Il Pd già da aprile del 2023 aveva detto che era necessario smettere di celebrare il modello Milano come qualcosa di statico e iniziare a ragionare su un progetto Milano per il futuro. Questo significa che Milano ha vinto in questi anni, senza dubbio, la sfida dell'attrattività, ha vinto la sfida dell'internazionalizzazione della città. Oggi però c'è una parte dell'elettorato che vive nuovi problemi e nuovi bisogni, che sono quelli che attraversano tutte le grandi città. Ed è per questo che io sono molto convinto che il centrosinistra oggi debba ragionare sulla visione della città futura.
Siamo orgogliosi del lavoro che abbiamo fatto in questi 15 anni, ma come centrosinistra sappiamo anche che oggi siamo di fronte ad altre sfide perché c'è bisogno di dare risposte nuove ai bisogni emergenti dalla città.