Sono 314 le persone che da aprile ad agosto 2020, ovvero tra la fase uno e la fase due dell’emergenza Coronavirus hanno perso la casa e sono finite per strada a Milano. Si tratta di dati forniti dalla Caritas Ambrosiana che ha ricevuto altrettante domande di alloggio.

Di queste richieste il 60 per cento è stato espresso da immigrati che non hanno più potuto pagare il posto letto negli appartamenti che condividevano con i propri connazionali o che sono fuoriusciti dal sistema di accoglienza. La restante parte, il 40 per cento, da stranieri ben integrati, comprese anche famiglie arrivate anni fa nella nostra città per ricongiungersi al marito o alla moglie che avevano fatto da apripista. A costoro si aggiungono altre 611 domande di aiuti per il pagamento dell’affitto, delle utenze domestiche e delle spese condominiali, un numero quattro volte superiore a quello registrato nello stesso periodo nell’anno precedente. Tra costoro anche molti italiani, in genere giovani coppie in condizioni economiche molto precarie, che non hanno retto al contraccolpo dell’improvviso arresto economico. Agli "sfrattati dal Covid" si aggiungono a coloro che una casa non ce l’hanno mai avuta. Secondo l’ultimo censimento, realizzato nel 2018 dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti, con la consulenza del servizio grave emarginazione di Caritas Ambrosiana, i senza tetto a Milano erano 2.608, dei quali 2.021 ospiti in strutture di accoglienza notturna, 587 individuati in strada.

"Sempre più inesorabilmente la pandemia ci sta costringendo a vedere quei nodi della nostra vita sociale che abbiamo per troppi anni ignorato – il commento del Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana – nei primi mesi della crisi sanitaria, durante il lockdown e la parziale riapertura della fase due, è emerso con prepotenza il tema del lavoro, precario e sottopagato. Ora sta venendo alla luce una vecchia questione: la casa. Mesi senza reddito o con redditi già scarsi falcidiati dalla cassa integrazione (per i fortunati che l’hanno ricevuta in tempi ragionevoli) hanno reso incapaci le famiglie di affrontare la principale voce di costo che specie a Milano è rappresentata dalla casa. Per il primo periodo hanno retto risparmiando sulla spesa alimentare, anche grazie agli aiuti che sono stati distribuiti. Ma ora non ce la fanno più". "Occorrerà fantasia, coraggio e senso di responsabilità in vista già dei prossimi mesi quando con l’inverno la temperatura scenderà. Quest’anno la cosiddetta “emergenza freddo” non potrà essere affrontata aggiungendo posti in più nelle solite strutture. Bisognerà che Milano, che si è fatta sino ad ora carico della parte maggiore dell’accoglienza, non sia lasciata sola dagli altri comuni, in primo luogo quelli più vicini. Serve almeno un piano metropolitano".