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Samuel, arrivato dall’Eritrea con una borsa di studio: “Ho un lavoro in banca, ora sogno una casa a Milano”

Samuel Tsegai, arrivato in Italia grazie a una borsa Unicore, oggi lavora come data scientist. Non tutti gli studenti e le studentesse dei corridoi universitari però trovano un’occupazione.
A cura di Matteo Lefons
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Samuel Tsegai
Samuel Tsegai

Vincere una borsa di studio, ottenere un visto. Vivere una seconda possibilità da studente dopo anni segnati da bombe, repressione, povertà, morte. Samuel Tsegai, scappato dalla dittatura in Eritrea, è un esempio di persona brillante che è riuscita a superare le difficoltà logistiche ed economiche legate alla sua terra di provenienza. Da quattro anni lavora come data scientist presso la Banca Ifis: "Ho iniziato svolgendo uno stage di sei mesi – racconta Tsegai a Fanpage.itpoi una volta finito sono tornato ai miei studi. All’improvviso la banca mi ha chiamato e mi ha assunto con un contratto di un anno".

La storia di Samuel Tsegai

Prima del posto fisso però l'odissea: la fuga dall'Eritrea, otto anni da rifugiato nella vicina Etiopia, dove ha preso la prima laurea in Economia. Poi il bando per studiare in Italia, i primi mesi tra le difficoltà della nuova lingua e il rapporto sin da subito ottimo con il paese che lo ha accolto. "All'inizio – confessa Tsegai – c'erano i problemi dell'italiano, dell'integrazione, della comunicazione, tante cose nuove per uno straniero. Ma sono sempre stato desideroso di migliorarmi, ho una mente aperta, quindi mi sono adattato in fretta".

Il lavoro è arrivato ancor prima di finire gli studi, all'inizio con uno stage presso la Banca Ifis, poi con l'assunzione per un anno e infine con un contratto a tempo indeterminato. La seconda vita del banchiere eritreo è cominciata definitivamente sei mesi fa, quando la moglie e il figlio di 5 anni lo hanno raggiunto grazie al ricongiungimento familiare. "Mio figlio già parla l'italiano meglio di me, è entusiasta di essere arrivato in Italia", rivela Tsegai. Ora la famiglia vive a Pavia, ma la prossima sfida sarà trovare casa a Milano per concludere l’esperienza da pendolare e avvicinarsi alla sede della banca.

Il ruolo dei corridoi universitari

Una storia come quella di Samuel è possibile grazie ai corridoi universitari, che consentono a centinaia di ragazze e ragazzi provenienti da zone di guerra, da regimi dittatoriali o da Stati sull’orlo del fallimento, di iscriversi ai corsi di studio negli atenei italiani. Il corridoio più solido e collaudato, quello grazie al quale Tsegai ha potuto continuare i suoi studi a Milano, è Unicore (University Corridors for Refugees). Istituito nel 2019, è coordinato da Unhcr Agenzia Onu per i rifugiati e può contare sull’impegno delle università, ma anche su una serie di associazioni locali come Caritas e Diaconia Valdese, che aiutano gli studenti rifugiati a orientarsi nel contesto di arrivo.

In questi anni Unicore ha coinvolto fino a 38 atenei italiani, permettendo a 300 studenti di ottenere un visto per motivi di studio. "Sono numeri bassi, se si pensa che nel mondo sono oltre 120 milioni le persone in fuga da guerre e violenze e che il 74 per cento dei rifugiati è ospitato in paesi a basso e medio reddito”, spiega Barbara Molinaro di Unhcr Italia a Fanpage.it, "ma l'esempio italiano è virtuoso: metà delle nostre università aderisce al progetto. Al punto che Francia e altri Paesi europei hanno deciso di avviare lo stesso programma".

L’Italia come luogo di passaggio

Samuel Tsegai è un caso in cui eccellenza e fortuna sono combaciate: non tutti riescono a ottenere un lavoro in banca e molti devono faticare per trovare un lavoro in generale. Certo, i bilanci ancora parziali di Unicore parlano di risultati occupazionali che registrano un tasso superiore alla media dei rifugiati in Italia: dei 31 studenti laureati presi in analisi sugli 89 totali, in 22 lavorano e la metà di loro trattano temi in linea con il percorso di studi.

Nonostante l’isola felice di Unicore, in Italia le possibilità sono poche per chiunque si trovi a concludere il corso di laurea. Ma a differenza degli studenti europei, che nella maggior parte dei casi hanno una famiglia su cui contare, i ragazzi che arrivano da altri paesi si ritrovano da soli e hanno lo scrupolo di mandare più denaro possibile ai parenti in Africa.

Per queste ragioni, molti spesso decidono di spostarsi in altri Paesi più solidi dal punto di vista del mercato lavorativo. Prima della Brexit, il paese di destinazione più gettonato per il post-laurea era il Regno Unito, oggi tra i più attrattivi c’è la Germania, oltre ai luoghi in cui è più facile l’integrazione linguistica (Francia e Belgio per chi proviene da zone francofone, per esempio). "Per i ragazzi che vengono a studiare grazie ai corridoi universitari", afferma a Fanpage.it Maurizio Ambrosini, responsabile scientifico del Centro studi Medì (Migrazioni nel Mediterraneo) di Genova, "l’accoglienza italiana è una manna dal cielo, ma in prospettiva temo che non vedano il loro futuro nel nostro Paese. Noi esportiamo cervelli, anche quelli autoctoni".

Ha collaborato Nina fresia

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