“Remigra, sbarcata di mer**”: minacce e insulti razzisti a una 13enne a Milano

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Immagine di repertorio
A Fanpage.it una mamma milanese ha denunciato insulti e minacce razziste alla figlia 13enne dopo una lite per un ragazzo. Tra gli audio ricevuti anche: “Remigra, sbarcata di mer**”.

La discussione per un ragazzo non dovrebbe mai trasformarsi in una minaccia, tanto meno in un'aggressione razzista. Eppure è quello che è successo alla figlia di Savina, mamma milanese di quattro figlie, che vive in zona Niguarda e che proprio in questi giorni accompagna la più piccola, 13 anni, verso l'inizio della prima superiore. È a lei che una sua coetanea ha inviato un audio, dicendo: "Remigra, sbarcata di merda". Una frase che porta dentro di sé un riferimento a un termine entrato nel dibattito politico che, come Savina ha ribadito a Fanpage.it, "i ragazzi assorbono e traducono in violenza".

La vicenda nasce da una storia sentimentale adolescenziale. "Mia figlia frequentava un coetaneo con il quale poi si è lasciata", ha esordito Savina a Fanpage.it. "Successivamente il ragazzo ha iniziato a frequentare un'amica di mia figlia". Da qui qualche divergenza, qualche discussione tra adolescenti. Nulla che, almeno in apparenza, lasciasse immaginare quello che sarebbe arrivato dopo. A un certo punto, però, alla ragazza viene inviato un audio da un'altra adolescente, amica della sua amica. "Se non molli Luca (nome di fantasia per tutelare il minore) sono caz** amari per te", le dice. Poi gli insulti e la violenza: "Io ti ribalto, egiziana sbarcata di mer**. Devi fare la remigrazione, capito cosa vuol dire? Devi tornare al paese tuo stron** di mer**". La figlia di Savina è italiana, è nata in Italia e ha la cittadinanza italiana. Il padre è egiziano. Per chi l'ha insultata, evidentemente, questo è bastato per trasformare un conflitto tra adolescenti in un'aggressione identitaria.

Savina ha potuto ascoltare quell'audio perché sul telefono della figlia è installata un'applicazione di controllo parentale che le consente di monitorare i messaggi. "Non mi aspetto che mia figlia sia dolce, ma io mia figlia la controllo", ha sottolineato la donna a Fanpage.it. Perché il problema – secondo Savina – non è soltanto ciò che è stato scritto o detto. Il problema è il linguaggio che entra nella testa dei ragazzi, viene assorbito, semplificato e poi restituito come arma nelle discussioni quotidiane, soprattutto quando sono aggressive, divisive e costruite sulla contrapposizione tra un "noi" e un "loro". In questo senso, il termine "remigrazione" è diventato negli ultimi tempi uno slogan utilizzato da una parte del dibattito politico italiano ed europeo per indicare il progetto di espulsione di massa degli stranieri in Occidente, anche quelli regolari. Quando, però, concetti così controversi vengono trasferiti dal confronto politico alla dimensione quotidiana e utilizzati per colpire o discriminare una ragazza sulla base delle origini della sua famiglia, "è grave", ha ribadito Savina a Fanpage.it.

"Ci si dovrebbe interrogare sul peso delle parole pubbliche e sulla responsabilità di chi le pronuncia", ha concluso la donna. "Perché i ragazzi ascoltano. Una parola aggressiva, ripetuta abbastanza volte nel dibattito pubblico, può finire per diventare normale". E ciò che diventa normale può essere utilizzato anche nel cortile della scuola, in una chat, sotto casa. Ed è questo che preoccupa Savina: "Mia figlia ha paura di uscire perché teme che questa ragazzina possa aspettarla sotto casa o fare gruppetto e picchiarla dietro l'angolo. Non si può vivere così".

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