"Pensavamo di essere preparati, ma un anno fa ci siamo scoperti permeabili e siamo caduti in un precipizio". Fabrizio Pregliasco è virologo, direttore sanitario del Galeazzi di Milano, presidente di Anpas. La sua vita è cambiata dal 20 febbraio 2020, come quella di tutti gli italiani, stravolta dall'emergenza Covid -19 vissuta in prima linea. Intervistato da Fanpage.it torna ai giorni di un anno fa quando l'arrivo del Coronavirus ha colto tutti alla sprovvista.

Come siamo arrivati al paziente uno? Eravamo impreparati?

Prima di quel giorno ci eravamo attrezzati e avevamo fatto formazione. Pensavamo di essere preparati. Ma immaginavamo qualche caso in arrivo, che avremmo individuato e isolato. C'era paura ma anche fiducia. Avevamo avuto un risultato positivo con il caso della coppia di turisti arrivata dalla Cina, che non causarono nessun contagio secondario.

Cosa è successo in Lombardia la notte tra il 20 e il 21 febbraio 2020?

Il caso di Codogno ha cambiato tutto. È stato uno scossone, l'evidenza che eravamo permeabili. Ha cambiato la prospettiva e fatto venire a galla tutte le insicurezze e le difficoltà di un approccio ancora artigianale verso un virus sconosciuto. Subito dopo ci siamo trovati in un precipizio. Come Lombardia e come ospedali siamo stati investiti da uno tsunami.

Cosa ricorda personalmente di quei primi giorni?

Io mi sono trovato coinvolto in prima persona, non molto tempo dopo l'inizio dell'emergenza, nella tristissima situazione delle Rsa e in particolare del Trivulzio. C'era una narrazione sbagliata: le Rsa sono state luogo permeabile in tutto il mondo per la caratteristica intrinseca di mettere insieme soggetti fragili. Proteggerle era difficilissimo.

Un anno dopo possiamo dire che sono stati fatti degli errori?

Più che di errori, preferisco parlare di scelte che a posteriori sono risultate sbagliate. Quello era un momento di emergenza e sono state prese decisioni difficili, spesso in base a dati e indicazioni poi risultate imprecise. Col senno di poi oggi sappiamo che alcune cose potevano essere gestite meglio, alcune scelte non sono state le migliori.

Oggi cosa è cambiato, in positivo e in negativo?

Siamo in una fase più anestetizzata rispetto al numero di morti, che sono comunque tanti. Questo deve essere un monito rispetto alla vaccinazione. Ci stiamo abituando al Covid. Da un lato è positivo perché significa curare meglio e poter trattare gli altri malati con maggiore attenzione. Ma gli aspetti negativi ci sono: si pensa che siamo già fuori del tunnel, ma la luce che ci sembra di vedere può anche essere un treno che arriva in senso opposto.

Cosa la preoccupa oggi?

Un abbassamento del livello di attenzione, alcune ingiustificate rinunce alla vaccinazione, che è unico modo per ridurre sofferenza e costo sanitario. Dobbiamo ancora stare molto attenti, siamo ancora in una fase di crisi.

Per i medici cosa ha significato questo anno di pandemia?

Per noi medici è stato un anno in una specie di bolla. Un anno senza sabati e domeniche, senza altro che l'attività lavorativa continua: ospedale, laboratorio, Anpas: tre vite complementari, oltre alla vita privata che è stata compressa.

Per voi stati anche mesi di grande sovraesposizione mediatica.

Di fronte alla paura e all'ignoto, ci si aspettava che la medicina fornisse risposte certe e immediate. Invece abbiamo visto tutti come la ricerca vada avanti tra prove ed errori, con una velocità che non è quella dei telegiornali. La medicina contempla anche gli errori e il disaccordo. Questo aspetto, la discussione che fa parte della crescita della ricerca, è diventato divisivo anche per l'intervento dei media e della politica.

Nel vostro lavoro è entrate anche la politica. Che impatto ha avuto?

Siamo finiti nei format tv, nei dibattiti con i politici, esposti al pubblico e quindi alla delusione rispetto alla presa d'atto che la natura "ci frega". La politica è entrata nella questione con tutte le prerogative e la difficoltà che porta con sé, ma era giusto che entrasse. Scelte come il lockdown possono essere suggerite dai medici, ma devono essere gestite dalla politica, nel compromesso e ascoltando tutti.

Se potesse dare un suggerimento a se stesso di un anno fa, cosa direbbe?

Oggi c'è il mito della lezione imparata, che non condivido. Siamo passato da orgoglio e fiducia a stanchezza ed egoismo che riemerge. Non so quanto abbiamo imparato. Guardando indietro, suggerirei forse una maggiore flessibilità rispetto all'operatività sanitaria, di essere più veloci nell'adattare la risposta.