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Picchiati e lasciati nudi in cella, un detenuto del carcere di Opera: “Non potevamo neanche pulirci dal sangue”

Presunte violenze nel carcere di Opera alla Vigilia di Natale: detenuti picchiati, umiliati e lasciati “nudi al freddo”. Sintomo, secondo le denunce visionate da Fanpage.it, di abusi sistemici e gravi violazioni dei diritti umani.
A cura di Giulia Ghirardi
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(immagine di repertorio)
(immagine di repertorio)

"Mi hanno colpito con calci e pugni alla testa, alla schiena, al torace, con lo sgabello su cui ero seduto". Subito dopo, "ci hanno fatto spogliare […] siamo rimasti nudi al freddo […] non potevo neanche pulirmi dal sangue". Poi, ancora, stando alla denuncia che Fanpage.it ha potuto visionare, mentre i detenuti si trovavano in quelle condizioni, alcuni agenti avrebbero detto loro: "Devi morire", "Se fossi io il capo vi ammazzerei coi manganelli in testa". A riferirlo è uno dei tanti detenuti coinvolti nella presunta aggressione – descritta come "una spedizione punitiva" – che si sarebbe verificata nel carcere di Opera la scorsa Vigilia di Natale.

Tali dichiarazioni, contenute nella denuncia depositata dall'avvocato di uno dei detenuti coinvolti nella presunta aggressione, si intrecciano con quella redatta dall'Associazione Quei Bravi Ragazzi Family che già nei mesi precedenti aveva portato all'attenzione della Procura un quadro di presunti soprusi e violazioni dei diritti umani ben più ampio e strutturato: un carcere che sarebbe segnato da "condizioni ambientali incompatibili con gli standard minimi di dignità", presunte criticità sanitarie – tra cui la "mancata erogazione delle prestazioni sanitarie" e "infermieri che sbaglierebbero la somministrazione della terapia" – e un clima di tensione costante, come denunciato da circa 150 detenuti delle sezioni A, B e C del quarto piano del primo blocco del carcere di Opera attraverso una lettera collettiva.

In seguito a tale denuncia, tra l'altro, la deputata del Pd Silvia Roggiani aveva presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia per chiedere "iniziative urgenti". Oggi, inoltre, l'Associazione ha chiesto un'ispezione straordinaria per valutare ogni responsabilità individuale e istituzionale in capo alla Direzione, anche perché l'accaduto sembrerebbe "una brutale forma di ritorsione a causa della denuncia depositata a settembre".

Parte della lettera scritta dai detenuti del carcere di Opera, a Milano
Parte della lettera scritta dai detenuti del carcere di Opera, a Milano

Più in generale, in quell'esposto si parlava di una "detenzione puramente contenitiva", svuotata dalla sua funzione rieducativa. E ancora: "campanelli d'emergenza non funzionanti", organico ridotto a poche unità per piano, ambienti degradati: "muffa, infiltrazioni, assenza di acqua calda, illuminazione insufficiente, riscaldamento inadeguato". Non solo disagi, ma – secondo i firmatari – condizioni incompatibili con gli standard minimi di dignità. È proprio da tali mancanze, da uno di quei campanelli mai riparati, che avrebbe preso piede l'aggressione collettiva che si sarebbe verificata lo scorso 24 dicembre all'interno della sezione C del carcere.

L'aggressione a Opera la Vigilia di Natale

Stando alla denuncia, la mattina del 23 dicembre, Stefano (nome di fantasia), detenuto nel carcere di Opera, già operato all'intestino e reduce da un accesso in ospedale il giorno precedente, sarebbe tornato a star male. Così, intorno all'ora di pranzo, sarebbe stato prelevato dagli agenti e agli altri detenuti della sezione sarebbe stato riferito che sarebbe stato portato in ospedale. Nel giro di poche ore, però, sarebbe cominciata a circolare un'altra versione: "Un agente", ha riferito Luca (nome di fantasia) nella denuncia, "ci ha detto che non era stato trasportato in ospedale, ma si trovava in isolamento".

"Eravamo preoccupati, nessuno ci diceva nulla", ha continuato a raccontare il detenuto che in quel momento si trovava in sezione. Senza sistemi di allarme funzionanti, però, l'unico modo per attirare l'attenzione è fare rumore, "battendo oggetti contro i blindi", o urlare. "Non era una rivolta, volevamo solo sapere come stesse". Infatti, stando alla denuncia, la protesta si sarebbe poi sviluppata nel tardo pomeriggio, alimentata anche dal fatto che, nel frattempo, dall'esterno sarebbero arrivati segnali allarmanti: "familiari che non riuscivano a vedere i propri cari", colloqui saltati, racconti frammentari che parlano di un uomo "troppo malato per scendere". Stando alla testimonianza di Luca, in serata la situazione sembrava poi essere rientrava e "noi detenuti tornavamo nelle nostre celle".

Tuttavia, la mattina seguente, poco dopo le 8:00 del 24 dicembre 2025, sarebbe scattato quello che nella denuncia viene descritto come un intervento massiccio e "punitivo": decine e decine di agenti avrebbero fatto irruzione nella sezione, alcuni detenuti sarebbero stati prelevati, altri trascinati fuori dalle celle. "Ero seduto, mi stavo infilando le scarpe quando sono entrati cinque o sei agenti e hanno iniziato a colpirmi", ha riferito ancora Luca. "Indossavano guanti pesanti. Mi hanno preso a pugni e calci, anche con lo sgabello". In pochi minuti, l'uomo ha riportato traumi alla testa, al torace e al braccio. Quando verrà visitato qualche giorno dopo – come riportato nella denuncia che Fanpage.it ha potuto visionare – gli sarà riscontrato (tra l'altro) un "trauma cranico contusivo con escoriazioni multiple", "ecchimosi diffuse", "numerose lesioni da abrasione superficiali diffuse al volto e al collo", "sospetto frattura nasale, deviazione dell'asse", "taglio su mucosa labiale inferiore", "sospetto frattura avambraccio e polso edematoso con deviazione asse dell'arto".

Nel frattempo, stando alla sua testimonianza, un'analoga situazione sarebbe accaduta in diverse celle della sezione. In totale, come sottolineato dall'Associazione Quei Bravi Ragazzi Family, sarebbero una quarantina i detenuti coinvolti: alcuni trasferiti, altri portati in isolamento. Qui, in celle "lisce", prive di arredi, i detenuti coinvolti sarebbero stati costretti a spogliarsi e sarebbero stati lasciati per ore al freddo, senza cibo né acqua.

"Il bagno era sporco e dal lavandino non usciva acqua", si legge nella denuncia. "Non potevo neanche pulirmi dal sangue", ha aggiunto Luca, specificando che proprio in quel momento alle presunte violenze fisiche si sarebbero aggiunti anche insulti e minacce. Frasi come: "Devi morire" e "Se fossi io il capo vi ammazzerei coi manganelli in testa". O, ancora, di fronte alla sua richiesta di vedere un medico perché "ero molto dolorante per le botte che avevo preso" si sarebbe sentito rispondere: "Per gente come voi niente infermeria". Infine, dopo alcune ore, sarebbero stati restituiti loro i vestiti e qualche detenuto è stato trasferito altrove.

Successivamente, anche i familiari – assistiti dall'Associazione Quei Bravi Ragazzi Family – avrebbero iniziato a ricostruire quanto accaduto e c'è chi ha riferito a Fanpage.it di aver visto il proprio compagno pochi giorni dopo, con lividi evidenti sulla schiena e segni sulla testa. Chi, invece, ha parlato di persone arrivate in altri carceri "senza vestiti" dopo ore trascorse nude e al freddo. E chi, ancora, si sarebbe sentito dire da un agente: "Ti chiamerà l'obitorio".

Nel frattempo, gli avvocati si sono attivati per cercare risposte, ma il risultato – come riferito a Fanpage.it – sarebbero state soltanto telefonate senza esito, richieste formali rimaste inevase, colloqui negati. In alcuni casi, sarebbe stato riferito, le spiegazioni riguardo tali fatti sarebbero state vaghe o contradditorie. Da qui la decisione dell'Associazione e dell'avvocato di sporgere denuncia: da un lato il racconto dettagliato delle presunte violenze del 24 dicembre, dall'altro la sintesi dettagliata di un quadro strutturale che avrebbe reso tali eventi tutt'altro che imprevedibili.

Ed è qui che – al di là dei presunti soprusi e delle violenze – si cela forse il punto più drammatico della questione: se le criticità erano note da mesi e formalmente segnalate, perché nulla è stato fatto? È una domanda che oggi, dopo l'aggressione alla Vigilia di Natale, pesa ancor di più e non può più essere ignorata. Anche perché, quello che sembra emergere, non è "soltanto" una "violenta spedizione punitiva", ma il fallimento di un intero sistema di controllo e di tutela che sembra strutturarsi, sempre più profondamente, su standard brutali e disumani che – di fatto – si dimostrano incapaci di riconoscere e preservare quei diritti che dovrebbero essere garantiti a qualunque essere umano.

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