video suggerito
video suggerito
Ucciso a Rogoredo da un poliziotto

“Pestava un disabile con un martello”: cosa c’è nei verbali contro il poliziotto che ha ucciso Mansouri a Rogoredo

Gli interrogatori dei poliziotti indagati per la morte di Mansouri a Rogoredo hanno rivelato pressioni e violenze da parte di Cinturrino, ora in carcere per omicidio volontario. L’agente avrebbe “pestato con un martello un disabile nel bosco”.
A cura di Giulia Ghirardi
0 CONDIVISIONI
A sinistra il poliziotto Carmelo Cinturrino, a destra Abderrahim Mansouri
A sinistra il poliziotto Carmelo Cinturrino, a destra Abderrahim Mansouri
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

"Pestava con accanimento con un martello un disabile che frequentava il bosco di Rogoredo". Così uno degli agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso nell'inchiesta sulla morte del 28enne Abderrahim Mansouri ha confermato a verbale, interrogato lo scorso 19 febbraio, le "richieste di soldi e droga" da parte del poliziotto Carmelo Cinturrino in carcere da ieri, martedì 24 febbraio, con l'accusa di omicidio volontario. L'agente ha descritto l'assistente capo come violento e "poco raccomandabile" e sul rapporto con Mansouri ha ribadito: "So che lo voleva prendere".

L'inchiesta sulla morte di Mansouri

Il caso è esploso lo scorso 26 gennaio quando, al limitare del cosiddetto "bosco della droga" di Rogoredo, Abderrahim Mansouri è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa dell'assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino (ora in carcere con l'accusa di omicidio volontario) durante un'operazione antispaccio. In un primo momento il poliziotto aveva giustificato lo sparo come "legittima difesa", sostenendo che la vittima avesse estratto una pistola, arma che poi si sarebbe rivelata una replica a salve.

La versione è, però, crollata sotto il peso delle indagini tecniche: le analisi scientifiche hanno accertato che il 28enne non impugnava alcuna arma al momento della morte e che la replica a salve trovata accanto al suo corpo sarebbe stata posata lì in un secondo momento dallo stesso Cinturrino, recuperata da un collega su suo ordine e messa sulla scena del crimine per supportare la sua versione difensiva.

Gli interrogatori dei poliziotti e la svolta nelle indagini

Negli ultimi giorni l'inchiesta sulla morte di Mansouri ha subito un'accelerazione giudiziaria grazie all'emergere di nuovi dettagli durante gli interrogatori dei colleghi dell'assistente capo di polizia, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.

Nello specifico, di fronte al pm Giovanni Tarzia, uno degli agenti ha riferito che, nel pomeriggio del 26 gennaio, aveva contattato la volante per chiedere supporto per un arresto e aveva anche "chiamato la radio per dire che la volante era con noi", prima che – "ad un certo punto" – comparisse Cinturrino a pochi metri da loro nel bosco.

"Mi ha chiamato per dirmi che aveva visto qualcuno che si stava avvicinando e che si era accorto che era Zack (Abderrahim Mansouri, ndr)", ha continuato a raccontare l'agente indagato. "Gli ho detto di lasciarlo stare. Lui voleva che andassimo lì, ma io ho ribadito che avevamo già un arrestato e di lasciarlo stare". Poi, "ci siamo allontanati parecchio, penso almeno 60 o 70 metri". È allora che l'agente, insieme a un collega, ha sentito "un'esplosione": "Mentre uscivamo dall'area boschiva abbiamo incontrato Carmelo che ci ha detto è successo un casino e che aveva sparato in testa a Zack".

Dai verbali che Fanpage.it ha potuto visionare emerge anche che i colleghi hanno temuto per il comportamento di Cinturrino non solo quel giorno: uno di loro ha parlato di atteggiamenti "violenti" e "fuori controllo", affermando che Cinturrino "voleva che tirassero fuori droga e soldi, spacciatori e tossici" e descrivendolo come "poco raccomandabile", capace di pestare con "accanimento" anche un disabile che frequentava il bosco di Rogoredo. Stando a quanto riferito, infatti, Cinturrino sarebbe stato solito prendersela con un uomo "in carrozzina" con cui "era diventato un accanimento: spesso si sfogava con lui. Gli alzava le mani. Gli chiedeva soldi e droga". E se l'uomo provava a mentire "se la prendeva con lui, martellate, schiaffi".

La sequenza delle audizioni racconta anche di pressioni da parte dell'assistente capo nei giorni successivi al fatto, che avrebbe detto ai colleghi frasi come "mi raccomando sulla stessa linea". Alcuni degli indagati hanno anche ammesso di aver discusso internamente di come presentare le dichiarazioni, arrivando a dichiarare di essersi "dissociati da questa cosa e abbiamo deciso di organizzarci per comunicarlo insieme a un avvocato".

Il "pizzo" nel bosco della droga

Secondo altri agenti, sarebbe esistito anche un quadro di rapporti ambigui con alcuni spacciatori della zona. Alcuni testimoni esterni, sentiti dagli investigatori, hanno riferito che Cinturrino chiedeva a Mansouri e ad altri pusher "quotidianamente 200 euro e 5 grammi di cocaina" e che Mansouri avrebbe rifiutato tali richieste, iniziando così a temere l'agente.

Tra le rivelazioni dei colleghi, inoltre, emerge che Cinturrino più volte avrebbe avuto comportamenti irregolari nel corso delle operazioni antidroga. Elemento che ha portato gli altri agenti a dubitare della regolarità dei sequestri e degli arresti: "Se mi dicono che ha preso della sostanza e poi non vedo un verbale di sequestro mi viene il dubbio (…) se ne parlava che non era tutto pulito e lineare (…) noi eravamo al bosco e spesso non riuscivamo a trovare nulla, mentre lui aveva sempre qualcosa. Quindi ci sono venuti dei dubbi e cercavamo di stare distaccati".

La posizione della procura

Tutti questi elementi hanno portato la procura di Milano, coordinata dal procuratore Marcello Viola, a contestare che dopo lo sparo, anziché attivare immediatamente i soccorsi, vi sia stato un ritardo di molti minuti e addirittura il post-posizionamento della replica a salve vicino al corpo del 28enne.

Infine, a margine dell'inchiesta, lo stesso Cinturrino, nel corso dell'interrogatorio davanti al gip nel carcere di San Vittore, ha ammesso le proprie responsabilità nelle dinamiche dell'accaduto. "Quando ho visto che stava morendo, ho perso la testa", ha affermato, chiedendo scusa "a quelli che si sono fidati di lui", pur negando di aver chiesto il pizzo agli spacciatori. Questo non ha fermato l'azione giudiziaria che, anzi, si sta allargando per identificare altre eventuali persone coinvolte.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views