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Perché la valigia di Alessia Pifferi dimostrerebbe che l’omicidio della figlia era premeditato

Alessia Pifferi era uscita di casa con una valigia il 14 luglio del 2022 abbandonando da sola la figlia di 18 mesi su un lettino per sei giorni: proprio su quella valigia trovata in casa la Procura si è concentrata per chiedere anche l’aggravante della premeditazione.
A cura di Giorgia Venturini
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Alessia Pifferi con l'avvocata Alessia Pontenani (foto da LaPresse) e il pm Francesco De Tommasi (foto di Fanpage.it)
Alessia Pifferi con l'avvocata Alessia Pontenani (foto da LaPresse) e il pm Francesco De Tommasi (foto di Fanpage.it)
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Quando il pubblico ministero entrò nella casa di Alessia Pifferi il giorno del ritrovamento del corpo della piccola Diana trovò anche un valigia. Era la stessa con cui la donna era uscita di casa il 14 luglio del 2022 abbandonando da sola la figlia di 18 mesi su un lettino per sei giorni: la bimba è morta di stenti dove aver provato a salvarsi mangiando persino pezzi del pannolino. Ed è proprio su quella valigia trovata in casa che la Procura si è concentrata per chiedere anche l'aggravante della premeditazione alla Corte d'Assise: il pubblico ministero nella sua requisitoria ha chiesto una condanna all'ergastolo per omicidio volontario aggravato dal rapporto di filiazione, dei futili motivi e appunto della premeditazione.

Come il pm ha spiegato la presenza della valigia in casa

Il pm Francesco De Tommasi nella sua requisitoria davanti ai giudici ha sostenuto infatti che proprio quella valigia piena trovata in casa dimostrerebbe che l'imputata sia andata via di casa pensando di non stare fuori solo poche ore ma per giorni: "Alessia Pifferi esce di casa, non per esigenze della bambina, ma esce per andare dal compagno. Questo vuol dire che aveva tutte le intenzioni di allontanarsi da casa. È una persona che ha tanti desideri rimasti insoddisfatti e che desidera soddisfare".

Durante le sue dichiarazioni spontanee invece Alessia Pifferi ha sostenuto che non aveva nessuna intenzione di uccidere la bambina: "Voglio ribadire davanti a tutta Italia che io non ho mai pensato, mai premeditato, che potesse accadere una cosa così orribile a mia figlia. Non mi è mai balzato per la testa di ammazzare mia figlia, assolutamente signor giudice".

A seguito di queste dichiarazioni spontanee e sempre nella sua requisitoria il pubblico ministero ha commentato così le parole di Alessia Pifferi: "Durante le sue dichiarazioni spontanee è venuta a ribadire che lei non voleva uccidere la figlia e che lei non è un'assassina. Allora bisogna chiedersi: perché fin da subito ha dovuto giustificare l'assenza di Diana davanti agli operatori sanitari? Alessia Pifferi voleva semplicemente vivere dei giorni in santa pace, senza la bambina, così ha mentito".

L'accusa ha chiesto una condanna all'ergastolo

Da qui la sua richiesta all'ergastolo: "La scelta per la condanna è tra il reato di omicidio e quello di abbandono di minore. Nella fattispecie omicidio l’evento morte è voluto; nella seconda no, ma diventa aggravante. Per rispondere occorre chiedersi quale sia l’elemento psicologico che ha sorretto la sua condotta, se si tratta cioè di dolo o di colpa. Se io agisco accettando il rischio che l’evento morte si verifichi, pur non volendolo direttamente come obiettivo, io agisco volontariamente, quindi con dolo".

"L’obiettivo era sbarazzarsi della figlia perché non riesce a sopportare il peso della responsabilità di una vita che non vuole. Pifferi non ha il coraggio di uccidere direttamente sua figlia, lascia che lo facciano gli eventi, e questo perché non ha problemi mentali".

Nelle prossime udienze parlerà l'avvocato della sorella di Alessia Pifferi, costituita parte civile nel processo, e l'avvocato difensore dell'imputata Alessia Pontenani che fin da sempre a puntato sull'incapacità dell'imputata di capire quello che stava accadendo anche se la perizia psichiatrica super partes disposta dei giudici ha verificato l'opposto.

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