Rider pagati 2,50 euro a consegna e sfruttati: si indaga su una società di delivery di Glovo

La Procura di Milano indaga sul colosso Glovo per sfruttamento del lavoro. Secondo quanto si apprende, in particolare il pm milanese Paolo Storari, avrebbe disposto un controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, la società di delivery dello spagnolo Glovo. Secondo gli accertamenti della Procura, ai rider – 40mila impiegati a Milano e in Italia – sarebbero state corrisposte paghe "sotto la soglia di povertà". Con l'apertura dell'inchiesta, è prevista dunque la nomina di un amministratore giudiziario per la società di delivery food, su cui poi dovrà esprimersi un gip. Non è la prima volta che la Procura di Milano conduce indagini simili. Nel tempo ne ha coordinate diverse su colossi, anche della logistica, sempre per sfruttamento del lavoro.
Le indagini e il primo indagato
Dalle indagini – condotte dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro – spunta già il primo nome di un indagato per caporalato: il 34enne spagnolo Pierre Miquel Oscar, amministratore di Foodinho. In qualità di amministratore unico, scrive il pm Storari: "impiegava manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori". Inoltre, secondo quanto emerge dal decreto della Procura, Pierre Oscar avrebbe corrisposto "ai rider in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale, una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva". Paghe che per il tipo e la quantità di lavoro prestato, non garantiscono ai rider una "esistenza libera e dignitosa" e che sono "difformi" rispetto ai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni sindacali.
Usb: "L'indagine conferma quanto denunciamo da anni. Ora assumeteli tutti con il CCNL Logistica"
Dopo la notizia dell'apertura dell'inchiesta da parte della Procura, l’Unione Sindacale di Base (Usb) ha subito diffuso ua nota nella quale ha dichiarato di denunciare questa situazione di struttamento del lavoro da anni: "I rider non sono lavoratori autonomi, ma dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite IVA per aggirare diritti, tutele e contratti".
E prosegue:"Il modello delle piattaforme di food delivery si fonda su uno sfruttamento sistematico, reso possibile dalla classificazione fraudolenta dei rider come lavoratori indipendenti. Una finzione giuridica che serve solo a risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i rider sono false partite IVA, costretti ad accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito".
E ancora: "Per questo USB rivendica con forza l’applicazione del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione a tutti i rider di tutte le piattaforme, senza deroghe e senza accordi peggiorativi firmati sulla pelle dei lavoratori. I rider svolgono un’attività pienamente riconducibile alla filiera logistica e come tali devono avere assunzione diretta, piena subordinazione, salario dignitoso, orari certi, contributi, ferie, malattia, copertura Inail e sicurezza sul lavoro. Il mezzo di lavoro deve essere fornito dalle aziende, insieme alla manutenzione e alle coperture assicurative: non è accettabile che costi e rischi continuino a essere scaricati sui lavoratori".
Poi Usb conclude: "In questo contesto non possono essere taciute le gravi responsabilità dei sindacati confederali che, nonostante un quadro normativo chiaro, una giurisprudenza sempre più consolidata e un dibattito accademico ormai decennale, continuano a promuovere e legittimare soluzioni di lavoro autonomo o comunque precario, che rappresentano solo una nuova forma di precarizzazione. Strumenti che non mettono in discussione il potere delle piattaforme, non riconoscono la reale subordinazione del lavoro dei rider e finiscono per istituzionalizzare lo sfruttamento, offrendo una copertura “contrattuale” a modelli che eludono diritti, salario e tutele. Accordi di questo tipo non sono compromessi, ma arretramenti, che allontanano ulteriormente i rider da un pieno riconoscimento come lavoratori subordinati".
I numeri della Cgil: "Oltre 40 km al giorno per due-quattro euro lordi a consegna"
Secondo i dati diffusi dalla Cgil, per la maggioranza degli intervistati il food delivery rappresenta la principale fonte di reddito (76,4%), il che significa lavorare 6-7 giorni a settimana (72,9%), 7-10 ore al giorno (49,3%), per raggiungere un numero di consegne elevato, superiore a 8 nel 61,7% dei casi.
Le attese al ritiro nei ristoranti possono superare i 10-20 minuti (nel 50,5% dei casi e' questa la media dichiarata) e riducono sensibilmente il valore effettivo del compenso. Per il 56,3% il guadagno medio per consegna si colloca molto spesso tra 2 e 4 euro lordi.
Non esistono indennità aggiuntive per il tempo di viaggio, per le attese o per le spese sostenute. Se l'orario si allunga o i costi aumentano, ricade tutto sul lavoratore. E non stupisce quindi che oltre la meta' dei rider (55,4%) rifiuti le consegne quando il compenso proposto è troppo basso.
Sempre secondo la Cgil, la quasi totalità degli intervistati dichiara di usare un mezzo di trasporto proprio (92,5%), si tratta spesso di bici o motorini elettrici (40,6%), ma in molte città – non solo nei grandi capoluoghi – una quota significativa effettua le consegne in auto (23,4%).
La maggior parte dei ciclofattorini (66%) percorre oltre 40 km al giorno, ne conseguono costi vivi (carburante, manutenzione, telefono) spesso superiori a 200 euro al mese (31%): un'incidenza economica che erode ulteriormente compensi già bassi. Il 35,5% denuncia inoltre di avere subito il furto del mezzo e il 12,3% il tentato furto. Il quadro sugli infortuni è "altamente preoccupante", denuncia il Nidil Cgil.
Quasi quattro rider su dieci (39,8%) dichiarano di essersi infortunati almeno una volta, ma solo una minoranza ha denunciato l'episodio alle autorità competenti. Tra chi si e' infortunato, meno di un lavoratore su cinque (17,6%) ha ricevuto un risarcimento, mentre oltre due terzi (67,4%) non hanno avuto alcuna forma di ristoro economico. Una carenza dovuta a piu' fattori: la sotto denuncia degli infortuni, spesso per timore di perdere l'accesso alle consegne o ai bonus algoritmici; la scarsa conoscenza dei diritti assicurativi; e l'ambiguita' del rapporto contrattuale, che porta le piattaforme a sottrarsi alle proprie responsabilita'.