
Dire che "il bosco di Rogoredo è stato liberato dalla droga" non è solo impreciso, ma anche falso. Un falso che pesa ancora di più il giorno dopo la morte di un ragazzo di 28 anni, ucciso con un colpo di pistola alla testa da un poliziotto durante un controllo antidroga proprio in quell'area.
È una narrazione che diventa un'illusione pericolosa, perché semplifica, ma – di fatto – non fa altro che spostare lo sguardo altrove, lontano dal problema. Tanto più se a pronunciarla è stato, questa mattina, martedì 27 gennaio, il sindaco di Milano Giuseppe Sala che a RTL 102.5 ha rivendicato di avere, nel tempo, "liberato il boschetto".
Tale affermazione, però, cozza contro la realtà di chi quei luoghi li attraversa davvero, li osserva e li vive. Noi lì ci siamo stati di persona. Più volte. E quello che abbiamo visto – e raccontato nella nostra inchiesta "Dove Milano muore" – è tutt'altro che una liberazione, perché Rogoredo non è mai stato liberato dallo spaccio come, invece, ha detto Sala.
Lo spaccio a Rogoredo
"Rogoredo non è mai stato un quartiere liberato dalla droga, è stato ripulito solo lo spazio del bosco", ha commentato a Fanpage.it l'assessora ai Servizi di Welfare di San Donato, Francesca Micheli. A essere stato ripulito, infatti, è stato lo spazio fisico: il bosco, il verde. Ma l'azione si è fermata lì. Non è stata costante, non è stata strutturale, non è stata accompagnata da politiche sociali, sanitarie, di riduzione del danno e di integrazione. Il risultato? "Degrado e illegalità hanno preso possesso degli spazi e delle vite" che lo attraversano.
Per questo, chi oggi parla di "liberazione" non racconta quello che continua ad accadere nei boschi tra Rogoredo e San Donato. Quello che Fanpage.it ha documentato nella sua inchiesta, entrando in quei luoghi "dove Milano muore", dove l'eroina costa 2 euro, dove lo spaccio è ancora visibile, organizzato, quotidiano. Non è un fenomeno che è stato sconfitto: si è "solo" spostato, adattato, mimetizzato. Come sempre accade quando non si va alla radice. O quando, come in questo caso, si cerca di "scaricare" il problema sugli spacciatori.
Su questo l'assessora è stata netta: "Chi vende morte deve rispondere alla giustizia e in modo serio, ma non come avviene oggi con retate e rilasci quasi immediati", ha spiegato Micheli a Fanpage.it. "Serve andare più alla radice del problema, perché molti stranieri delinquono perché non ci sono spazi di legalità e integrazione con seri investimenti da parte del Governo". E proprio perché non c'è aiuto e non c'è integrazione, "vengono spinti ai margini e il mondo della delinquenza li aspetta a braccia aperte per farne soldati della morte". Lo spaccio, infatti, non è "in mano agli immigrati" e criminalizzarli serve solo a spostare l'odio verso il basso, ma mai verso chi comanda davvero il mercato.
Ai microfoni di RTL 102.5, il sindaco di Milano ha poi parlato di "troppa tolleranza per i crimini commessi dagli spacciatori" e ha invocato "più severità", precisando di dirlo "da uomo di sinistra". Meno male. L'inciso identitario ha rimesso subito tutto in ordine: non esistono persone, contesti, storie. Esistono etichette politiche, buone a polarizzare il dibattito, bloccando qualunque tentativo di comprensione più profondo. È davvero impossibile vedere chi spaccia come l'ultimo anello di una filiera di marginalità, povertà e sfruttamento? Pensare che la questione sia sociale e umana, prima che ideologica? Per il sindaco Sala (e non solo), a quanto pare sì.
Anche per questo con la morte del 28enne "perdiamo tutti: quel ragazzo, il poliziotto, le istituzioni, il governo. Noi tutti abbiamo perso un'altra occasione e stiamo perdendo come persone", ha concluso Micheli a Fanpage.it, facendo riferimento ai tanti commenti che, dopo l'uccisione del ragazzo, hanno acceso una narrazione digitale fatta di slogan, paura e odio razzista. "Uno in meno", hanno scritto in molti sui social, complici di un Paese che ha imparato ad applaudire la sofferenza e normalizzare l'odio. Uno in meno per chi, bisognerebbe chiedersi. Di certo non per il sistema dello spaccio, che continuerà a macinare vite. Non per "noi, come persone", come ha ricordato l'assessora. E non per Rogoredo che, finché ci si ostinerà a raccontarla così, "liberata" non lo sarà mai.