Muore a 18 anni carbonizzato a San Vittore, famiglia contro l’archiviazione: “Non è stato fatto nulla per tutelarlo”

La Procura di Milano ha chiesto l'archiviazione delle indagini sulla morte di Youssef Barsom, il 18enne deceduto nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2024 nella cella del carcere di San Vittore dove era recluso da meno di due mesi. Il ragazzo era rimasto coinvolto nel rogo che aveva appiccato in bagno e, secondo il pm Carlo Scalas, i suoi due compagni di cella non avrebbero agevolato il suo tentativo di suicidio. Il fratello di Barsom, però, si è opposto alla richiesta di archiviazione e, attraverso l'avvocato Fabio Ambrosio, ha depositato l'atto davanti alla gip Mariolina Panasiti: "Chiediamo accertamenti sull'operato dell'amministrazione penitenziaria", ha spiegato il legale a Fanpage.it, "Barsom non era un detenuto ordinario e non è stato fatto nulla per tutelare la sua salute. Sono state ignorate le sue condizioni psichiatriche".
Stando a quanto ricostruito finora, Barsom aveva appiccato il fuoco nel bagno usando un accendino che gli era stato passato da un altro detenuto. Gesto commesso forse per propositi suicidari o forse per protesta per non aver ricevuto dei vestiti. Un compagno di cella del 18enne egiziano ha dichiarato di averlo aiutato a spostare una branda in ferro di 45 chili davanti alla porta del bagno, dove era già presente un calorifero di 30 chili, e di averlo visto accendere le fiamme. Il pm ha chiesto l'archiviazione sia per lui che per l'altro compagno di cella, in quanto Barsom avrebbe potuto ribaltare la branda "in ogni momento" e il suo corpo è stato trovato lontano dall'ingresso del bagno, quindi non ci avrebbe ripensato. Non sarebbe contestabile nemmeno l’omissione di soccorso, in quanto i due detenuti non avrebbero potuto percepire "l’eventuale infermità mentale" del 18enne in quanto condividevano la cella con lui "solo da poche ore".
Il fratello di Barsom, però, si è opposto alla richiesta di archiviazione dell'indagine. "È evidente che i due detenuti non potevano conoscere lo stato psicologico del ragazzo", ha spiegato a Fanpage.it l'avvocato Ambrosio, "quello che è mancato, secondo noi, è l'adeguata valutazione della documentazione sanitaria del ragazzo al momento dell'ingresso in carcere che presupponeva un vizio totale di mente". Per il legale, quindi, andrebbe approfondito l'operato dell'amministrazione penitenziaria: "Sono state ignorate due direttive", ha continuato Ambrosio, "quella relativa al fatto che avesse solo 18 anni, e che quindi andava tutelato, e che non sono state valutate le sue condizioni psichiatriche e psicologiche".
Barsom, infatti, da luglio 2024 era detenuto a San Vittore ed era stato collocato in una cella comune insieme ad altri due detenuti. Secondo Ambrosio, però, "non doveva stare in carcere, o quantomeno necessitava di stare isolato sotto stretta osservanza. Questo ragazzo fino a pochi giorni prima della sua morte era un minore e il Tribunale per i Minorenni lo aveva dichiarato per due volte incapace di intendere e di volere con vizio totale di mente. Per questo era stato collocato in comunità". Per la famiglia di Barsom, quindi, gli accertamenti preliminari al suo ingresso in carcere sarebbero stati fatti in modo "inadeguato" e, per questo motivo, "indagare solo i due compagni di cella sarebbe un lavoro incompleto".
L'udienza al Tribunale di Milano è stata fissata per il prossimo 15 aprile. La giudice per le indagini preliminari Mariolina Panasiti dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Scalas o disporre nuove indagini come richiesto dalla famiglia di Barsom.