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6 Maggio 2022
13:04

Loretta Maffezzoni e il sogno di diventare la prima giudice nera: “Il razzismo c’è, ma si può combattere”

Fresca di laurea in Giurisprudenza, Loretta Maffezzoni racconta a Fanpage.it la sua vita e il suo sogno: “Mi hanno detto che in Italia non ci sono magistrati di colore, quindi credo che potrei essere la prima”. Appassionata di diritto minorile, crede che ognuno abbia il diritto di scegliere: da come tenere i capelli a cosa fare della propria vita.
A cura di Enrico Spaccini
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Loretta Maffezzoni, 27 anni (foto da Instagram)
Loretta Maffezzoni, 27 anni (foto da Instagram)

"Avevo paura che la gente mi accusasse di strumentalizzare il colore della mia pelle. Poi, però, ho deciso comunque di denunciare. Non l'avessi fatto, non sarei qui a raccontare la mia storia". Loretta Maffezzoni ha 27 anni e vive a Pozzaglio ed Uniti, in provincia di Cremona. Adottata quando era ancora piccola, tre anni fa ha pubblicato su Facebook alcuni insulti razzisti che un anonimo le aveva inviato. Oggi, invece, sta studiando per diventare magistrato. A Fanpage.it racconta di aver compiuto il primo passo verso la realizzazione del suo sogno, cioè la laurea in Giurisprudenza: "Mi hanno detto che in Italia non ci sono magistrati di colore, quindi credo che potrei essere la prima".

"Il momento giusto per fare qualcosa"

Il 23 aprile la neo dottoressa Maffezzoni ha discusso di fronte alla commissione la sua tesi all'Università Cattolica di Milano, dal titolo: "La sospensione del processo e messa alla prova nel diritto penale minorile". Alla base del suo lavoro, la convinzione che chi delinque lo fa perché ha "un qualche tipo di mancanza: una famiglia solida, una buona istruzione, o sufficiente denaro. Il compito della giustizia deve essere quello di fornire gli strumenti per mettere la persone nella condizione di scegliere come vivere, soprattutto se si tratta di minori". Una condizione che si può raggiungere solo con "educazione e informazione: dobbiamo formare gli adulti di domani in modo che certi episodi non capitino più". Episodi che riguardano ogni tipo di reato, dalla rapina al vandalismo, passando per il razzismo. Anche lei ne è stata vittima pochi anni fa. "La prima volta che ho visto quegli insulti, li ho semplicemente cancellati – racconta – Erano anonimi, ignorarli non è stato difficile. Poi, però, ho pensato che quella persona sarebbe rimasta impunita". Quel post ha portato con sé un'ondata di solidarietà che forse nemmeno lei si aspettava. Al punto da portare anche una certa visibilità e le prime interviste. "All'inizio non ne volevo parlare – ammette Maffezzoni – Più tardi ho realizzato che potevo usare quella risonanza per parlare di questioni che a volte si lasciano da parte. Anche perché per me è questo il momento giusto per fare qualcosa. Diventassi magistrato, non potrei più espormi così tanto".

Questione di punti di vista

Eppure c'è chi dice che l'Italia non sia un Paese razzista, o comunque meno di tanti altri. Tra i grandi nomi, l'ultimo è stato quello di Samuel Eto'o. Ex calciatore dell'Inter del triplete, in un'intervista ha detto che, secondo lui, l'Italia è la "meno razzista d'Europa" e che quelle negli stadi sono "solo minoranze". Secondo Maffezzoni, però, si tratta di punti di vista. "Dubito che nel periodo in cui è stato qui abbia vissuto un contesto disagiato o, comunque, difficile. Lui ha parlato della sua esperienza e in quel senso gli do ragione. È un privilegiato, un po' come lo sono anche io. Da un lato c'è Eto'o, dall'altra l'ex giocatrice della Juventus (Eniola Aluko, ndr) che scappa per il troppo razzismo. Non si possono ignorare i racconti di chi vive queste esperienze. Anche le più piccole, come chi ti guarda con sospetto solo perché hai la pelle di colore diverso dalla loro. Il razzismo c'è, la paura dell'altro è insita nell'uomo. È una cosa che dobbiamo riconoscere, perché solo così si può combattere". Senza, però, rinunciare a ciò che ci distingue, alle nostre particolarità. "Se diciamo che siamo tutti uguali, vuol dire che non c'è nulla per cui combattere. Non è così, siamo tutti diversi e va bene così. Dobbiamo vedere il diverso in quanto bello, e non in quanto nemico".

Il diritto di poter scegliere

Uno dei temi che le stanno particolarmente a cuore riguarda i capelli. Non si tratta, infatti, solo di una questione estetica. "Quella di tenere i capelli al naturale, afro, è una scelta. È un diritto che non è ancora uguale per tutti", afferma Maffezzoni. La prova, e un po' la rivelazione, di quanto una cosa banale possa risultare complessa è arrivata a marzo 2020, durante il primo lockdown. "Avevo chiesto a mia madre di andarmi a comprare un prodotto che uso per i miei capelli afro – racconta -. Una cosa normalissima, che però non si trova in nessun supermercato italiano. Lo compro sempre online, ma con le spese di spedizione il costo praticamente raddoppia". Da quel piccolo episodio di vita quotidiana, Maffezzoni ha svolto alcune ricerche: "Ho scoperto che le multinazionali che vendono questi prodotti li conservano anche in magazzini italiani, ma poi li vendono solo all'estero". Un esempio di come la cultura e la sensibilità si incastrano con il mercato. "Credo che il motivo sia il fatto che il riconoscimento della comunità nera in Italia sia a un livello ancora molto basso – sostiene – Che poi di domanda ce ne sarebbe eccome: bisogna solo trovare il modo di farla incontrare con l'offerta. Così anche noi avremo la possibilità di comprare quello che vogliamo da uno scaffale di un supermercato qualsiasi".

"Quella di tenere i capelli afro è una scelta. Un diritto di tutti" (foto da Instagram)

Dal razzismo alla parità di genere

Certo, di passi avanti negli ultimi anni ne sono stati fatti un po' ovunque. "Devo dire che c'è un'attenzione diversa, sono molto contenta. Però bisogna continuare, perché c'è ancora da fare", ribadisce Maffezzoni. Ne è un esempio la televisione, dove non è sempre l'uomo bianco etero a dominare il palinsesto, ma piano piano si sta concedendo più spazio alla diversità. "Non serve chissà quale attenzione per accorgersi come ci siano ancora pochissime persone di colore rappresentate, così come le orientali. Il cinema finalmente sta iniziando a ingaggiare attori neri in quanto attori, e non solo per interpretare a loro volta personaggi neri". Quella della rappresentazione delle diversità è un argomento per molti aspetti sovrapponibile a quello della parità di genere. Così come la tutela dei diritti: "Non credo che bisogna per forza sindacare quello che dice l'altro. Se una persona di colore ti dice che un certo termine è razzista, non puoi dire che non è vero. Io vedo cose che tu non vedi perché sei bianco, è una questione di sensibilità e culturale. Come una donna: se ti dice che un determinato comportamento è catcalling e per lei offensivo, non puoi sminuire la cosa. Forse per l'uomo è più facile sottovalutare certi comportamenti perché non li vive, o forse perché sarebbero troppo scomodi da ammettere".

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