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L’avvocata di Alessia Pifferi: “Bisogna rivedere la perizia psichiatrica, la scuola certificò la disabilità”

I documenti redatti dalle insegnanti di Alessia Pifferi, accusata dell’omicidio della figlia di 18 mesi, avrebbero certificato negli anni un’importante disabilità intellettiva. Sono le carte che potrebbero ribaltare l’esito del processo?
A cura di Francesca Del Boca
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Alessia Pifferi con la sua legale Alessia Pontenani
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Sono le carte che potrebbero ribaltare l'esito del processo ad Alessia Pifferi, 39enne accusata dell'omicidio volontario della figlia di 18 mesi Diana. Si tratta dei documenti redatti dalle insegnanti della donna durante il suo percorso scolastico, dalle elementari all'istituto professionale di via Zante, ai piedi della tangenziale Est di Milano: adesso quei fogli recuperati dalla difesa, come anticipato ieri da Fanpage.it, sono stati presentati alla Corte d'Assise di Milano.

"Grazie a questi documenti chiederemo l'integrazione della perizia superpartes redatta dal dottor Elvezio Pirfo, che al tempo aveva chiesto di poterli visionare", ha dichiarato così a Mattino Cinque la sua legale Alessia Pontenani a proposito dell'esame psicologico che aveva dichiarato Alessia Pifferi perfettamente capace di intendere e di volere, avvicinandola in questo modo sempre più verso una possibile condanna all'ergastolo.

I nuovi reperti presentati dalla difesa, secondo quanto dichiarato dall'avvocata Pontenani, testimonierebbero infatti una evidente disabilità intellettiva, con problematiche ampiamente certificate dalla scuola dell'obbligo e tradotte in continue insufficienze, bocciature, assenze. "Alessia Pifferi aveva l'insegnante di sostegno. E tutti i docenti hanno sempre sottolineato un forte disturbo, presente fin dall'infanzia", sempre la legale. "Nelle carte dell'esame di terza media scrivono addirittura che Pifferi è portatrice di handicap".

Un parere decisamente contrario a quello del dottor Pirfo, che ha inquadrato la 39enne come soggetto dipendente affetto da alessitimia, una sorta di analfabetismo emotivo che le impedirebbe di riconoscere, distinguere ed esprimere emozioni o sentimenti, così come di provare empatia verso gli altri. Non una patologia, quindi, ma uno stato psicologico che ha fatto sì che Alessia Pifferi "tutelasse i suoi desideri di donna rispetto ai doveri di accudimento materno nei confronti della piccola Diana".

"La signora comprende le domande ma la qualità delle risposte è da disco rotto. È affetta da un disturbo dello sviluppo intellettivo, e quindi da una patologia psichiatrica", aveva dichiarato invece alla Corte il perito nominato dalla difesa, lo psichiatra Marco Garbarini. "Guardando alla vita della signora Pifferi come si fa a dire che non ci sia stata una compromissione del suo funzionamento in tutte le aree? Ha un funzionamento assolutamente menomato. Lo ha sempre avuto, fin da quando andava a scuola".

Si cerca ora il primo certificato della neuropsichiatria infantile di Milano, che secondo la difesa certificò le problematiche intellettive di Alessia Pifferi. "Alessia non ha mai avuto problemi", aveva detto la sorella Viviana. "La scienza ci ha dato ragione. Ora merita una pena severa, non ha mai mostrato alcun senso di colpa. L'infanzia difficile che ha raccontato? Un motivo in più per attaccarsi alla propria bambina".

Addirittura un falso per il pm Francesco De Tommasi, che ha aperto un fascicolo sulle psicologhe di San Vittore che si sono occupate di Alessia Pifferi e sull'avvocata Pontenani. "Il racconto fu frutto di un suggerimento. E le professioniste avrebbero deciso i risultati del test prima di sottoporlo all'imputata", la sua stoccata. Secondo quel test, Pifferi avrebbe avuto il quoziente intellettivo di una bambina di 7 anni: "Hanno lasciato una bambina in mano a un'altra bambina", il commento dei professionisti di San Vittore, ora sotto le lenti della Procura. "Presenta un gravissimo ritardo mentale".

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