L’avvocato del poliziotto Cinturrino dice che anche altri colleghi usano il martello per cercare droga

All'uscita dall'udienza del Riesame di Milano, l'avvocato Davide Giuseppe Giugno – legale difensore dell'assistente capo di polizia Carmine Cinturrino, in carcere da fine febbraio per omicidio volontario pluriaggravato e indagato per oltre 30 capi di imputazione – ha tracciato una linea chiara: il suo assistito sarebbe stato "il nemico pubblico di quella piazza di spaccio, in senso buono", perché impegnato a contrastare un contesto criminale radicato come quello nel bosco di Rogoredo. Un'affermazione che, tuttavia, suona anche come un tentativo di ribaltare il piano del discorso, da imputato a bersaglio.
Il cuore della strategia difensiva sembra, infatti, poggiare su un attacco frontale all'attendibilità dei testimoni, definiti "fonti compromesse nella loro genuinità", perché provenienti dallo stesso ambiente degradato in cui si sviluppavano gli illeciti. L'intento, però, sembrerebbe essere quello di sostenere l'idea che chi vive ai margini sia per definizione inattendibile. Di conseguenza, il rischio diventa quello di ritenere che interi spaccati di realtà diventino automaticamente irraccontabili in sede processuale.
Giugno ha poi insistito sul fatto che il procedimento sia "complesso e delicato" e che, allo stato attuale, si sia ancora nel campo delle ipotesi. In particolare, l'avvocato ha contestato l'accusa di premeditazione, definendola "ben oltre il fatto" e sostenendo che siano gli stessi elementi a disposizione a smentirla. Anche sul presunto utilizzo del martello la difesa è netta: nessuna violenza, ma uno strumento usato, come da prassi tra colleghi per cercare droga e denaro nascosti nel terreno.
Resta poi il nodo centrale dell'omicidio del 28enne Abderhaim Mansouri, ucciso con un colpo di pistola alla testa vicino al bosco di Rogoredo. Cinturrino si professa innocente, parlando di una "tragica fatalità". A supporto di questa tesi, la difesa ha nominato consulenti tecnici – un fisico, un esperto balistico e un medico legale – per rimettere in discussione la dinamica dei fatti, ritenuta lacunosa. "Alcune cose non tornano", ha ribadito Giugno, lasciando intendere che la verità processuale sia ancora lontana.
Anche le presunte minacce di morte attribuite al poliziotto vengono ridimensionate. "Ricostruzioni de relato", "congetturali", ancora tutte da verificare, secondo il legale. E, infine, la distanza tra imputato e vittima. Secondo la difesa, infatti, Cinturrino non conosceva Mansouri, pur essendo quest'ultimo noto agli uffici e nonostante nella richiesta di incidente probatorio firmata dal procuratore Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia siano riportate diverse minacce che l'assistente capo avrebbe rivolto al 28enne. Tra queste: "O ti arresto o ti ammazzo", "di' a Zack che se lo becco io lo uccido", "mi raccomando, ricorda a Zack (il soprannome di Mansouri, ndr) che se lo prendo lo ammazzo".
Il quadro che emerge è, dunque, quello di uno scontro tra narrazioni contrapposte. Da un lato l'accusa che ha costruito un impianto grave e articolato, che si ramifica anche all'interno del commissariato di Mecenate, dall'altro una difesa che sta cercando di smontare pezzo per pezzo le ricostruzioni fatte sino a oggi, puntando sull'inattendibilità delle fonti e su presunte incongruenze tecniche. Un approccio che, però, sembra restituire l'immagine di una linea difensiva concentrata sul mettere in discussione il quadro esistente piuttosto che sul fornire una ricostruzione alternativa altrettanto solida.