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La Procura ricorre in Cassazione contro l’annullamento dell’ergastolo a Alessia Pifferi: “Condotta che fa orrore”

La Procura di Milano fa ricorso in Cassazione contro il mancato ergastolo per Alessia Pifferi, la 40enne condannata per aver fatto morire di stenti la figlia di un anno e mezzo.
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La Procura di Milano fa ricorso in Cassazione contro l'annullamento dell'ergastolo per Alessia Pifferi – la 40enne che nell'estate del 2022 ha abbandonato la figlia di 18 mesi da sola in casa per una settimana, trovandola morta di stenti al suo ritorno. La Corte d'Assise d'appello di Milano infatti, a novembre scorso, al termine del processo di secondo grado, le aveva ridotto la pena a 24 anni di carcere, con l'esclusione dell'aggravante dei futili motivi e il riconoscimento delle attenuanti generiche.

Come si apprende, l'avvocato generale della Procura di Milano, Lucilla Tontodonati, nel ricorso presentato in Cassazione scrive che Pifferi avrebbe abbandonato "da sola in casa, prigioniera di un lettino da cui non poteva uscire", per "quasi sei giorni", "l'essere umano più fragile e totalmente dipendente da lei", riferendosi alla figlia Diana di meno di un anno e mezzo. L'avvocato Tontodonati, aggiunge inoltre che la condotta assunta da Pifferi fa "orrore" e avrebbe continuato a "mentire", senza mostrare nessun tipo di "resipiscenza", consapevolezza del suo gesto.

La Procura – ma anche la nonna e la zia della piccola Diana, rappresentate dall'avvocato Emanuele De Mitri – contestano proprio le attuanti riconosciute a Pifferi.

La pena massima era stata decisa dalla Corte d'Assise di Milano, a seguito delle indagini della Polizia e del pm Francesco De Tommasi. Inoltre due perizie, nei due gradi di giudizio, avevano stabilito la piena capacità di intendere e volere della donna al momento dei fatti. Nel ricorso la pg critica anche il fatto che la Corte d'Assise d'appello, nel motivare le attenuanti, avesse fatto riferimento pure all'incidenza del clamore mediatico della vicenda. La "risonanza mediatica" e le "dinamiche comunicative" sono "fenomeni inerenti alla contemporaneità" e "fattori che, per loro natura, non attengono alla capacità a delinquere del soggetto, ma al contesto sociale in cui il processo si è svolto".

La pg aveva chiesto la conferma dell'ergastolo e invece la Corte, abbassando la pena, non ha riconosciuto l'aggravante dei futili motivi e ha concesso le attenuanti equivalenti all'unica aggravante rimasta. Con motivazioni, scrive la pg, illogiche, contraddittorie e carenti.

La Procura generale evidenzia la "straordinaria gravità ed eccezionalità, addirittura unicità, del reato": quell'abbandono a "temperature elevatissime e senza cibo e liquidi sufficienti", tanto che la bimba morì di stenti. Un movente "egoistico", come quello di andarsene via con l'allora compagno, non può portare a una "valutazione positiva" per concedere le attenuanti.

La pg fa presente che la donna si è "lamentata, per tutto il corso del processo, di essere stata lasciata sola nella cura della figlia" dagli altri familiari, ma "ad essere stata lasciata sola è stata la piccola Diana". E sul punto del "clamore mediatico", che per i giudici d'appello ha inciso sul suo "comportamento processuale", la pg spiega che questo aspetto non è un "parametro normativo" che può portare alle attenuanti.

Anzi, si "evidenzia una propensione" dell'imputata "a privilegiare la rappresentazione di sé come vittima davanti al pubblico, piuttosto che il pentimento". Per Tontodonati non è in alcun modo "provato" un legame tra "pressione mediatica" e "cambiamento del comportamento assunto" dalla donna, mai stata collaborativa.

L'imputata, invece, sarebbe stata mossa dalla "strategia processuale" suggerita "dalla difesa tecnica".

I "processi penali mediatici", si legge, sono "purtroppo all'ordine del giorno" ma dare le attenuanti per "la gogna dei media" potrebbe "costituire un precedente per qualsiasi imputato", con l'introduzione nel processo di un "dato metagiuridico". Non si può "favorire un imputato" sulla base delle "reazioni negative" della società "nei confronti della sua vicenda".

Pifferi, si legge ancora, è "socialmente pericolosa", ha detto più volte il falso e potrebbe "reiterare condotte analoghe" dopo aver inflitto "inaudite sofferenze" alla bimba. È venuta meno a "quell'accudimento minimo" che rientra nel "più elementare" istinto di "protezione della specie, elemento distintivo dei mammiferi". Serve pure la misura della libertà vigilata a pena espiata.

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