Cinturrino chiede scusa per il suo “errore”, la famiglia di Mansouri replica: “Ha mentito e ammazzato”

"Perdonatemi, pagherò per il mio errore". A pochi giorni dall'arresto, avvenuto la mattina di lunedì 23 febbraio, l'assistente capo di Polizia, Carmelo Cinturrino – in carcere con l'accusa di omicidio volontario per aver ucciso Abderrahim Mansouri lo scorso 26 gennaio a Rogoredo (Milano) – scrive, dalla sua cella a San Vittore, una lettera (datata 25 febbraio) consegnata al suo legale, l'avvocato Piero Porciani, chiedendo scusa a tutti per "l'errore" commesso.
Nella lettera – scritta in stampatello maiuscolo e che Fanpage.it ha avuto modo di visionare – Cinturrino aggiunge: "Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto. Ma mi sono sentito disperato. Mi scuso con i miei colleghi tutti ma posso garantire che nella vita sono sempre stato onesto e servitore dello Stato, come confermato dagli encomi e lodi ricevuti negli anni".

La replica della famiglia di Mansouri alla lettera di Cinturrino
"Se ha un briciolo di coscienza, confessi tutto il male che ha commesso in questi anni, lui con i suoi compari. Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore, è qualcosa di orribile. Soprattutto se non seguito da una reale confessione sull'intera vicenda. Soprattutto sul ruolo che hanno rivestito i complici".
A dirlo la famiglia di Abderrahim Mansouri, attraverso gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, in merito alla lettera scritta da Cinturrino.
"Se quanto emerge dovesse trovare conferma, crediamo che il sig. Cinturrino avrebbe dovuto essere arrestato molto tempo fa e non solo per l'omicidio di Abderrahim", aggiunge la famiglia della vittima.
E conclude: "Crediamo che se qualcuno dei suoi colleghi, che ora lo descrivono come un violento, avesse fatto il proprio dovere e avesse denunciato, Abderrahim oggi sarebbe vivo. Non c'è nulla di più lontano dell'indagato rispetto al ruolo di servitore dello Stato".
La Procura indaga anche sul Commissariato Mecenate
Le indagini della Procura di Milano nel frattempo proseguono e si allargano anche al Commissariato Mecenate, di via Quintiliano a Milano, in cui Cinturrino prestava servizio.
I pm sono al lavoro per fare piena luce non solo sulle responsabilità di Cinturrino in questa storia, ma anche su quelle di tutti i suoi colleghi, presenti sul luogo dell'omicidio e non, che hanno permesso volontariamente o involontariamente che accadesse quanto accaduto: un omicidio; un agente che spara alla testa di un uomo disarmato e intento a scappare; una scena del crimine manomessa per creare lo scenario della "legittima difesa".
Intanto i quattro agenti (tre uomini e una donna), colleghi di Cinturrino – coinvolti direttamente nell’indagine e già indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso – sono stati assegnati a incarichi non operativi e spostati in sedi diverse rispetto al Commissariato dove svolgevano servizio. Un aspetto questo che rappresenta un'ulteriore accelerazione nella vicenda, che ora necessita di un tempo minimo di attesa per lo sviluppo degli accertamenti in corso.