Jason Mensah Brown morto dopo sei mesi di coma: assolti i due medici a processo per omicidio

Sono stati assolti i due medici a processo con l'accusa di omicidio colposo per la morte di Jason Mensah Brown, il 24enne che dopo un arresto cardiaco al pronto soccorso di Alzano Lombardo (Bergamo), nel luglio 2019, rimase per sei mesi in stato vegetativo prima di morire. Arrivato in ospedale, i medici gli somministrarono un farmaco sedativo e anestetizzante. Poco dopo il 24enne andò in arresto cardiaco ed entrò in un coma da cui non si risvegliò più, morendo appunto sei mesi dopo, il 13 febbraio 2020.
Secondo quanto si apprende, nella giornata di ieri (3 marzo), la giudice Laura Garufi ha assolto “perché il fatto non sussiste” e “perché il fatto non costituisce reato” i due medici finiti a dibattimento, la psichiatra Federica Pezzini e il medico del pronto soccorso Armando Matteucci, entrambi difesi dall’avvocato Marco Zambelli.
Chi era Jason Mensah Brown
Jason Mensah Brown, 24 anni, di professione barbiere, originario del Ghana e residente a Vercurago, in provincia di Lecco, era il ragazzo soccorso in strada ad Alzano Lombardo (Bergamo) il 24 luglio 2019 da alcuni agenti della polizia locale. Come emerso, aveva fumato cannabis ed era in "condizione di agitazione psicomotoria".
Una volta accortosi del suo stato, gli agenti lo accompagnarono subito al pronto soccorso dell’Ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano. Il giovane presentava allucinazioni, deliri paranoici, comportamenti bizzarri. Poco prima si era spogliato ed era stato trovato nudo con indosso solo gli occhiali da sole. Pronunciava frasi sconnesse e aveva assunto un comportamento aggressivo.
La psichiatra Pezzini, presente in pronto soccorso al momento del ricovero del ragazzo, dispose la sedazione, ritenendo il paziente pericoloso per sé e per gli altri. Il farmaco scelto fu il Midazolam, una benzodiazepina ad azione sedativa, somministrato per via endovenosa dal medico di pronto soccorso. Ma pochi minuti dopo l’iniezione, Jason andò incontro a un arresto respiratorio e cardiocircolatorio. Subito venne rianimato, ma nonostante tutti gli sforzi dei medici, il ragazzo finì in coma. Venne trasferito in strutture specializzate, trascorse un periodo anche a Treviglio e successivamente all’Habilita di Zingonia, dove rimase però in stato vegetativo fino al decesso.
I medici indagati e il processo
Per la morte del ragazzo, inizialmente vennero indagati quattro professionisti: una psichiatra, un medico, un cardiologo e un anestesista. Al termine delle indagini, la pm Carmen Santoro aveva chiesto per tutti l'archiviazione. La gip del Tribunale di Bergamo, Alessia Solombrino, ha accolto la richiesta solo per gli ultimi due, in quanto sarebbero intervenuti quando Mensah era ormai entrato in crisi respiratoria. Per i primi due, la psichiatra e il medico, ha invece ordinato l'imputazione coatta per omicidio colposo, mandandoli così a processo.
Nel dibattimento ci si è concentrati principalmente sul nesso causale tra la sedazione e l’arresto cardiaco. L’accusa ha ipotizzato che la gestione clinica e la scelta del sedativo abbiano avuto un ruolo determinante nella catena causale che portò al coma. La difesa, al contrario, ha sostenuto la correttezza dell’intervento, evidenziando la necessità di sedare un paziente in grave stato di alterazione e l’assenza di violazioni delle linee guida. Presenti, a processo, anche diversi consulenti tecnici che hanno spiegato il funzionamento del farmaco e le procedure adottate in ospedale.