
La sentenza sul processo Hydra, cambierà la lotta alla mafia in Lombardia. A far tremare il sistema mafioso lombardo è stata l’indagine della Direzione Distrettuale antimafia di Milano con a capo la procuratrice Alessandra Dolci che ha affidato le indagini alla pm Alessandra Cerreti e a Rosario Ferracane e ai carabinieri del Nucleo investigativo. Su 146 imputati, in 78 hanno scelto il rito abbreviato e al gup l’accusa aveva chiesto 75 condanne, con un totale di pene che superano i cinque secoli di carcere, e tre assoluzioni. Nel mirino delle indagini erano finito soprattutto Filippo Crea, della cosca di ‘ndrangheta Iamonte; Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa Nostra di Gaetano, e Massimo Rosi, affiliato alla locale di Lonate Pozzolo della ‘ndrangheta. Ma non solo Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, anche Camorra: si tratta del gruppo Senese collegato alla omonima famiglia attiva anche a Roma e fondato dal boss Michele Senese (non indagato in questo procedimento), la cui vicinanza alla camorra napoletana è attestata in diverse sentenze.
Degli 80 imputati che avevano scelto il rito abbreviato, accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, traffico e spaccio di droga, tentata rapina, detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni, frode fiscale e omesso versamento delle imposte, riciclaggio e false fatture, il giudice ha disposto 62 condanne e 18 assoluzioni piene. La decisione è arrivata dopo oltre sei ore di camera di consiglio. Ma non è finita: questa notte i carabinieri hanno eseguito nuovi arresti.
Ecco svelato ancora una volta come funzionano gli affari delle organizzazioni criminali al Nord. In Lombardia c’è una pax criminale: non esistono più mafie ma una sola fatta dalle più "tradizionali" organizzazioni criminali in Italia. Non è la prima volta che scendono a patti, ma al Nord ora è assoluta alleanza. É assoluta collaborazione. Nessuna faida e nessuna guerra interna. L’unico avversario è lo Stato. Ma come agiva il sistema mafioso lombardo?
Stando a quando si legge nelle lunghe carte di indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, questo sistema criminale – avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e omertà che ne deriva nel territorio delle città di Milano, Varese e zone limitrofe (ecco quindi contestato il 416bis) – aveva lo scopo di commettere gravissimi delitti. A cominciare dagli omicidi: gli inquirenti hanno ricostruito la scomparsa per "lupara bianca" di Gaetano Cantarella, catanese e storico affiliato al clan Mazzei incaricato di gestire gli affari a Milano. Scomparse il 3 febbraio del 2020.
E ancora: ad alimentare il gruppo mafioso erano i reati contro il patrimonio, ovvero rapine, truffe, riciclaggio, intestazioni fittizie, false fatturazioni per operazioni inesistenti e cessioni di falsi crediti d'imposta. Del resto la Lombardia è un territorio dove girano i soldi e le organizzazioni criminali lo sanno da anni. A garantire al "sistema" tasche piene di denaro era – ancora una volta – lo spaccio di sostanze stupefacenti. Tra i vari esponenti del narcotraffico sul territori, c'era anche Massimo Rosi della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. Ecco quindi come ancora una volta questo piccolo paesino della provincia di Varese resta uno dei quartieri generali della mafia lombarda.
Tutto il "sistema" poteva contare su un arsenale di armi e su totale fedeltà tra i suoi componenti: "Esercitava il controllo del territorio mediante interventi per la risoluzione di controversie scaturenti da affari illeciti e/o leciti", scrivono gli inquirenti. Questo voleva dire che quando uno dei membri si trovava in difficoltà o era minacciato durante un suo "affare" intervenivano i fedelissimi in suo aiuto: come l'intervento di Giacomo Cristello della locale di Legnano-Lonate Pozzolo in favore di Francesco Bellusci (noto anche come “Occhi celesti”, nato a Cuggiono, nel Milanese, ma legato alla stessa locale di ‘ndrangheta di Crsitello) che era stato minacciato da due soggetti non identificati per la restituzione di un debito. Così come l'intervento di Paolo Parrino Errante (del mandamento mafioso di Castelvetrano e vicino alla famiglia Messina Denaro) e Sergio Sanseverino (del gruppo criminale "Senese", quindi Camorra) in favore di Salvatore De Palio che aveva subito il furto del proprio autocarro.
Una vera e propria famiglia criminale tanto che il sistema mafioso lombardo "imponeva il versamento di somme di denaro nella cassa comune, destinate al sostentamento dei detenuti di ciascuna componente e pretese quale corrispettivo per l'assegnazione e/o agevolazione nella assegnazione di affari leciti o illeciti, in virtù della forza di intimidazione dell'intera associazione".
Ma soprattutto l'intera organizzazione criminale "manteneva contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario, in modo da attenerne favori, notizie riservate, erogazione di finanziamenti, rete di relazioni, tutti in grado di fornire un contributo rilevante al mantenimento in vita, al rafforzamento dell' organizzazione e ad aumentarne il prestigio". In questo modo si assicurava un pacchetto di voti. In una intercettazione di Filippo Crea si legge: "Guarda, hanno fatto una lista civica le mie cugine, sono tutte avvocatesse, persone che INAM INPS eeeh.. e ti posso dire che.. hanno avuto delle problematiche per farle entrare gli in filtrati mafiosi, però, stiamo parlando di persone che hanno 4-500 (quattro, cinquecento) voti a testa".
Ora il sistema mafioso lombardo è caduto. Questa grande indagine ha potuto contare anche su esponenti mafiosi che hanno deciso di collaborare con la Procura, qualcosa che in Lombardia capita raramente. Fondamentali sono state le dichiarazioni di Francesco Bellusci, legato alla locale di ‘ndrangheta di Legnato-Lonate Pozzolo: le indagini hanno svelato che partecipava ai summit fra boss, faceva estorsioni, aveva armi. Ora è stato lui a confermare ai pm l’esistenza di una mafia fatta da cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra. E quelle di William Alfonso Cerbo, "Scarface", legato ai catanesi Mazzei e di Saverio Pintaudi della cosca Iamonte, ritenuto il contabile dei clan. E non sono gli unici pentiti.