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Il processo a Impagnatiello dimostra che la Natura ha salvato Thiago dal veleno, ma non dalla malvagità del padre

Nella quinta udienza del processo contro Alessandro Impagnatiello il lessico da libro d’anatomia appare molto lontano dalla piccola e cruda realtà umana. Desta impressione apprendere che nel corpo di Giulia Tramontano la concentrazione del composto chimico era di trenta volte superiore a quella rinvenuta nel feto.
A cura di Piero Colaprico
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Lesioni vascolari cervico toraciche. Lama affilata monotagliente. Processi putrefattivi di tipo colorativo. Colpita da tergo. Arresto della perfusione ematica della placenta. Le parole della scienza sono molto diverse dalle parole che usiamo comunemente, e lo sappiamo, o dovremmo saperlo, eppure nella quinta udienza del processo che vede per imputato Alessandro Impagnatiello, il barman-assassino, il lessico da libro d'anatomia sembra arrivare dallo spazio siderale, tanto è lontano dalla piccola e cruda realtà umana. Parole lontane e insufficienti per raccontarci di una giovane donna, che viene uccisa da quello che credeva il suo fidanzato.

Colpita a ripetizione dalle coltellate inferte presumibilmente da dietro, e dopo mesi di avvelenamento. Parole per di più lontanissime dal destino del piccolo bimbo che portava nel grembo e che è morto – è suo il cuoricino che ha smesso di battere, anche se la scienza non dice proprio così – non perché malato, ma perché l'addio fisico della madre, dissanguata dalle ferite al collo e al torace, è diventato il suo addio al mondo. Un mondo, il nostro, che non ha mai conosciuto, stroncato dal suo stesso padre. Avremmo voluto ascoltare altre parole, ma nella quinta udienza è l'immagine che batte la parola.

Per le fotografie del ritrovamento della vittima, la fidanzata Giulia Tramontano, tutti fuori. Giornalisti e pubblico (c'erano alcune classi del liceo classico Beccaria) vanno fuori per le immagini dell'autopsia, che francamente nessuno avrebbe visto volentieri e tantomeno pubblicato (esiste un divieto). Possono restare solo i togati davanti alle inquadrature, ai dettagli tecnici, alla documentazione della procedure. Questa è stata la scelta della Corte d'assise. Tutti concordi, tra difesa, accusa e parti civili. Ci si perde dietro il bromadiolone, molecola del topicida con cui lui la avvelenava, e sui suoi effetti.

Desta impressione apprendere che nel corpo di Giulia la concentrazione del composto chimico era di trenta volte superiore a quella rinvenuta nel feto. Come mai? "La placenta ha eliminato la tossicità", spiega Mauro Minoli, il tossicologo. E viene da pensare che la Natura – per qualcuno matrigna, per molti madre – millennio dopo millennio ha sistemato le cose affinché la nuova vita abbia sempre più chances della vecchia vita, affinché i figli possano farcela meglio dei genitori. La forza positiva può passare e le negatività no: la placenta come un servizio di dogana alla frontiera. E così era anche per Thiago.

Ma il veleno non è solo il topicida, a volte il veleno ce l'abbiamo dentro e chissà quale pensiero ha avvelenato Impagnatiello. Attraverso le ricostruzioni dei professori Nicola Galante, Andrea Gentilomo ed Ezio Fulcheri, è chiaro che Giulia non ha potuto difendersi. Il suo convivente l'ha attaccata alle spalle ("da tergo"). La strana ferita al volto? Capita perché, sotto le coltellate, lei si gira: le mani, i polsi, gli avambracci, restano senza un graffio.

I consulenti tecnici spiegano, i pm domandano, gli avvocati chiedono puntualizzazioni, la presidente cerca di mettere punti fermi e mentre si ascoltano tante parole si capisce che lo strazio, tante volte, non riguarda il nostro corpo, ma le nostre anime, o quello che resta. Non è l’aula di giustizia a dover indagare sullo strazio, compito delle toghe è l’accertamento dei fatti e dei reati. Infatti, nella quinta udienza si parla spesso di "causa lesiva" e per la verbalizzazione andrà bene così.

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Piero Colaprico. Liceo al collegio Morosini, laurea in legge a Milano, assunto nel 1985 da Repubblica, nominato nell’89 inviato speciale, nel 2006 responsabile del settore nera e giudiziaria, nel 2017 capo della redazione. Si è dimesso nel ’21, mantenendo varie collaborazioni giornalistiche. Scrittore di gialli e noir, ne ha scritti 15, alcuni tradotti in inglese, francese, romeno. Da un suo saggio, “Manager calibro 9”, è stato tratto il film “Lo spietato”. Scrive anche per il teatro, attualmente è direttore artistico del teatro Gerolamo, storica sala milanese.
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