Dama (Paul&Shark) e Aspesi sotto accusa, pm ricorre sul controllo giudiziario: “Sapevano dello sfruttamento”

Un sistema produttivo sotto accusa, una rete di subappalti opaca e responsabilità che la procura di Milano ritiene tutt'altro che marginali. È questo il quadro delineato nell'atto d'appello presentato oggi, martedì 31 marzo, dai pm Paolo Storari e Daniela Bartolucci, con cui viene contestata la decisione del gip Roberto Crepaldi di respingere la richiesta di controllo giudiziaria per Dama, società collegata al marchio Paul&Shark, e Alberto Aspesi & C..
Secondo gli inquirenti, infatti, le due realtà avrebbero avuto un ruolo consapevole nello sfruttamento di lavoratori impiegati in laboratori gestiti da cittadini cinesi ai quali era stata affidata parte della produzione. I magistrati, nel loro ricorso, mettono in discussione la ricostruzione del giudice, ritenendo poco plausibile che chi frequentava abitualmente quei luoghi potesse ignorare le condizioni esistenti. Si chiederebbero, infatti, come si "può seriamente pensare" di andare per circa "sette anni" in un "luogo per tre volte alla settimana" senza accorgersi di "nulla, e soprattutto le immagini degli alloggi, il cartello con l'orario di lavoro, le condizioni igieniche terrificanti".
Secondo la procura, il meccanismo era inoltre ben strutturato: "È accaduto è che il caporale cinese ha reclutato manodopera cinese spesso priva di permesso di soggiorno", successivamente "è stata utilizzata dai brand" e quegli "opifici cinesi pertanto non fanno parte" di aziende diverse da quelle "facenti capo ai brand della moda". Una visione opposta a quella espressa dal gip, per il quale "non sussistono i presupposti" del provvedimento richiesto e "non può ritenersi provato (…) che i due indagati", cioè l'amministratore delegato Andrea Dini, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana, e Francesco Umile Chiappetta, "abbiano concorso" nel reato.
La procura, tuttavia, punterebbe a ribaltare questa impostazione. Nelle pagine di imputazione vengono, infatti, richiamati numerosi atti d'indagine che, secondo l'accusa, dimostrerebbero "l'utilizzo concreto dei lavoratori in condizioni di sfruttamento" da parte di Dini e Chiappetta. Non solo: gli opifici cinesi, sempre secondo i pm, "sono totalmente compenetrati nell'attività produttiva dei brand da costituire una sorta di ‘reparto produttivo', ‘azienda distaccata‘". Da qui la richiesta di intervento diretto: per i magistrati dovrebbe essere nominato un amministratore giudiziario con il compito di "regolarizzare i lavoratori cinesi instaurando regolari rapporti di lavoro con i brand".
Secondo i pm, poi, "il gip non ha letto quanto riportato" in un'integrazione della richiesta in merito ad una perquisizione effettuata. Per la procura, inoltre, "il gip non spiega per quale motivo i dipendenti dei brand non avrebbero dovuto comunicare al titolare, datore di lavoro, la situazione di grave irregolarità". La convinzione degli inquirenti è netta: all'interno delle società coinvolte "tutti sapevano quello che succedeva negli opifici". Una tesi che ora sarà al vaglio del Tribunale del Riesame, chiamato a decidere se accogliere la richiesta della procura e disporre il controllo giudiziario.