Condannata Alessia Pifferi per l’omicidio della figlia di 17 mesi: “Ha mentito più volte, era lucida”
Pifferi "ha mentito ripetutamente". Più e più volte. Quando le chiedevano della figlia, dove l'avesse lasciata, accampava scuse. E diceva che era con un babysitter. Per tre volte ha scelto di rimanere col compagno invece di tornare dalla piccola Diana, che aveva solo 17 mesi, spostando la "soglia del rischio" sempre più in alto. Dolo eventuale, dunque. Ha accettato, volta per volta e consapevolmente, il rischio che la figlia potesse morire. Queste "ripetute menzogne" dimostrano che era "perfettamente consapevole" di ciò che stava facendo. È per questo che la Cassazione di Milano l'ha considerata lucida nell'omicidio della bimba, il 22 luglio 2022, motivando la sentenza dello scorso 25 giugno in cui c'era stata la condanna definitiva di 24 anni per la 41enne. Alla donna sono state comunque concesse le attenuanti generiche per la sua fragilità.
Le attenuanti e la lucidità della donna
Secondo la prima sezione penale della Corte Suprema (presidente Monica Boni, relatore Carmine Russo), non c'è stato alcun "impulso patologico invincibile che possa averla costretta ad abbandonare la bambina". Alessia Pifferi, quindi, ha tenuto "comportamenti lucidi di modifica della scena del crimine e, in parte, di occultamento di tracce del reato" anche dopo la scoperta del cadavere. Per la Procura generale milanese non meritava le attenuanti generiche. Solo l'ergastolo. La ragione era quel "motivo egoistico" alla base dell'omicidio. Attenuanti che per la Cassazione, invece, sono valide per la sua "cognizione del dolore".
La Corte Suprema ha quindi respinto il ricorso della difesa, confermando l'omicidio volontario e la capacità di intendere e volere della donna, ma considerando la sua fragilità emotiva, le carenze affettive, l'infanzia difficile, il contesto problematico in cui è cresciuta e la dipendenza affettiva dagli uomini che l'hanno portata "a sacrificare la figlia". Non è stata concessa invece l'attenuante della sofferenza, causata dal "clamore mediatico".
La ricostruzione del caso
La piccola, che aveva meno di un anno e mezzo, era stata abbandonata in casa per quasi sei giorni, mentre la mamma era con l'allora compagno, ed era morta di stenti. Alla Pifferi era stato dato l'ergastolo in primo grado, mentre in secondo grado era stata condannata a 24 anni, prima che la Cassazione respingesse il ricorso e confermasse in via definitiva la condanna della Corte d'Appello. Precedentemente erano state assolte l'avvocata di Alessia Pifferi, le tre psicologhe del carcere di San Vittore e l'ex consulente della difesa per la validità del test di Wais (che misura il quoziente intellettivo).
Non è comunque è da considerarsi valido il "basso quoziente d'intelligenza" che era stato riscontrato in quei test fatti in carcere, dove non riusciva a completare o interpretare correttamente nemmeno i detti più noti. Perché era, comunque, "capace di risolvere i problemi e prendere decisioni". La Corte Suprema fa inoltre presente che i giudici di secondo grado hanno annullato anche la libertà vigilata a pena conclusa come misura di sicurezza, ritenendola "non pericolosa". Ma non potevano farlo, perché sul punto la difesa non aveva presentato appello.