"Il contagio si è diffuso nell'ultima settimana con circa 500 casi al giorno nella nostra Ats, quasi 200 solo nella città di Milano. Abbiamo potenziato al massimo il personale addetto al tracciamento, ma stiamo già accumulando ritardo e non mi aspetto miracoli". Vittorio Demicheli, direttore sanitario Ats Città metropolitana di Milano, intervistato da Fanpage.it lancia un avvertimento sulla diffusione del virus, che nel capoluogo lombardo ha accelerato in modo preoccupante negli ultimi giorni, fino a mandare in crisi il tracciamento dei contatti. I focolai rischiano così di andare fuori controllo.

La situazione a Milano è di nuovo critica come in primavera?

Stiamo affrontando una difficoltà che è comune a tutte le realtà più grosse, anche Roma e Napoli sono in nostre condizioni. Purtroppo nelle metropoli il controllo dell'infezione tramite tracciatura ha limiti maggiori. Questa volta eravamo più preparati, l'aumento dei casi non ci ha presi del tutto alla sprovvista, il piano d'emergenza è scattato. Questa mattina sono entrate in servizio una trentina di persone in più, però tutto dipende dalla velocità del contagio. Se si conferma l‘aumento dei casi che abbiamo avuto la scorsa settimana, che è stato del 10-15 per cento al giorno, nel giro dei prossimi dieci giorni questo potenziamento verrà esaurito e rischiamo di non poter più tenere sotto controllo i focolai.

Il sistema di contenimento dei contagi a Milano è saltato?

Già in occasione della cabina di regia della settimana scorsa avevamo segnalato che il sistema di tracciamento era in sofferenza. Lo confermo anche ora. L'effetto si vede prima nelle grandi città, lo si vede già oggi a Milano. Se la velocità di crescita è questa, non si riesce a rincorrerla. Nella nostra Ats abbiamo ridotto le attività comprimibili, è partito il sistema di prenotazione diretto dei tamponi, stiamo studiando la possibilità di allertare i positivi via sms per accelerare anche quel passaggio. Però bisogna assolutamente intervenire per rallentare questa crescita, perché tra un po', se non si ferma, avremo problemi.

Che tipo di interventi chiedete? Servono nuove chiusure?

Gli organi tecnici si stanno orientando verso un cambio di strategia per il contenimento dei contagi. Non solo la tracciatura, ma anche una riduzione delle occasioni di contatto. Quali saranno le misure lo deciderà chi governa, facendo le necessarie mediazioni tra le esigenze sanitarie e la necessità di non fermare il Paese. Prima saranno sacrificate le attività non essenziali, ma sono rilievi che non riguardano noi tecnici.

Serve più responsabilità nei comportamenti?

Dobbiamo chiedere alle persone di aiutarci e agevolare il contenimento. È indispensabile mettersi tempestivamente in isolamento quando si sospetta di essere contagiati, e rimanerci fino alla diagnosi. Ora l'analisi dei tamponi è veloce, ma non velocissima. Man mano che i numeri crescono i tempi si allungheranno ancora. Aspettiamo tutti i test rapidi per scuole e sanitari che potrebbero aiutarci, ma sicuramente sul versante del contenimento chiediamo alle persone un aiuto.

Quali sono i luoghi più pericolosi? 

Sicuramente gli assembramenti vanno evitati in ogni modo, indipendentemente dalle ordinanze. E parlo anche di situazioni come battesimi, cerimonie, incontri in famiglia con tante persone presenti. Sono le occasioni in cui i giovani incontrano gli anziani. Al momento è bene evitarlo.

Dove avvengono i contagi?

La maggior parte dei contagi avviene ancora in famiglia, quasi l'80 per cento dei casi di contagio la scorsa settimana è avvenuto in famiglia. Non è ragionevole pensare che questa situazione muti. Dentro la famiglia si verificano i passaggi tra generazione che preoccupano di più. Ma occorre attenzione ovunque: con tanti contagi la tracciatura diventa lenta, se si verifica qualche piccolo focolaio in ambienti lavorativi ci mettiamo più tempo a scoprirlo.

La situazione negli ospedali resta sotto controllo?

Per ora abbiamo pochissimi casi gravi in proporzione ai positivi, questo perché molte persone a rischio ora sono relativamente protette. Per questo dobbiamo fare di tutto perché nelle famiglie il virus circoli il meno possibile. Dal punto di vista dei numeri, la situazione degli ospedali non ci preoccupa. In Lombardia la dotazione di posti letto è sufficiente al momento, ma tutto dipenderà dalla tendenza.

In quanto tempo gli ospedali potrebbero andare in crisi, in caso di aumento rapido dei contagi?

Se si confermasse un aumento del 10-15 per cento al giorno di positivi, sul medio termine il rischio di mandare in sofferenza i servizi di ricovero c'è. In Lombardia non è una paura immediata, abbiamo margini ancora ampi. Parliamo di una evoluzione delle prossime settimane. Ma ora siamo ancora lontani da situazioni di crisi degli ospedali.

Quando tempo ci resta?

Rispetto a marzo, quando con questi numeri eravamo già in crisi, abbiamo più tempo a disposizione. In sede tecnica abbiamo già fatto una serie di raccomandazioni e suggerimenti che devono essere discussi, ma segnaliamo la necessità che si intervenga per ridurre i contagi. L'importante è che numero di contatti sociali si riduca senza bloccare le funzioni vitali della società. Lo devono decidere i politici, ma mi auguro che lo facciano in fretta. Le indiscrezioni uscite, che era meglio non uscissero, già stanno preoccupando le persone.

Chiusure locali potrebbero essere una soluzione?

Potrebbero esserci misure differenziate, ma a mio parere questo rischia di complicare tutto. Se i sacrifici non saranno equi le persone potrebbero non capire perché. Mi auguro che i nostri governanti decidano in fretta e in modo più equo possibile, in modo che tutto il Paese faccia lo stesso sforzo. Nelle prossime ore mi auguro di avere delle risposte.

(ha collaborato Ilaria Quattrone)