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Annullato l’ergastolo ad Alessia Pifferi, i giudici: “Donna fragile, vittima del linciaggio mediatico in tv”

Ecco perché è stata ridotta a 24 anni la pena per Alessia Pifferi, che nel 2022 ha lasciato morire di stenti la figlia di 18 mesi dopo averla abbandonata a casa da sola per una settimana.
A cura di Francesca Del Boca
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Alessia Pifferi, nell'abbandonarla a casa da sola per una settimana senza cibo né acqua, non aveva come volontà ultima quella di uccidere la figlia di un anno e mezzo ma era mossa "dall'umano bisogno" di trascorrere del tempo con il proprio compagno, da cui era fortemente dipendente. È stato il comportamento di una donna dalla personalità estremamente "fragile", cresciuta ai margini della società in un contesto di povertà economica e morale, che nel corso del processo è stata per di più segnata dal "clamore mediatico" televisivo e dalla continua "spettacolarizzazione" della sua triste storia.

Sono le motivazioni della Corte d'Assise d'Appello che lo scorso 5 novembre ha annullato la pena dell'ergastolo per omicidio volontario già stabilita in primo grado per la 40enne, difesa dall'avvocata Alessia Pontenani, che nel luglio del 2022 ha lasciato per sei giorni la figlia di 18 mesi nel suo appartamento di Ponte Lambro (Milano), trovandola al suo ritorno morta di fame e di sete. La sentenza è stata quindi riformata a 24 anni di reclusione dopo l'esclusione dell'aggravante dei futili motivi da parte dei giudici di secondo grado, che hanno così bilanciato l'unica aggravante residua (il rapporto di ascendenza-discendenza con la vittima) con il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

Esclusa l'aggravante dei futili motivi

Stando alle motivazioni della sentenza i giudici d'Appello, nel confermare comunque la piena responsabilità e capacità di intendere e volere di Pifferi al momento dei fatti, hanno escluso l'aggravante dei futili motivi (quella della premeditazione era già stata esclusa in primo grado). La Corte ha infatti argomentato che, sebbene la sentenza di primo grado avesse identificato il movente nel desiderio di "regalarsi un proprio spazio di autonomia, cioè un lungo fine settimana con il proprio compagno", ciò non si adatta alla nozione di futilità penalmente rilevante: la futilità, secondo il codice, presuppone che la spinta a commettere un reato sia di tale leggerezza, banalità e sproporzione rispetto alla gravità del reato da apparire in fondo un pretesto per lo sfogo di un impulso criminale.

Il bisogno di Alessia Pifferi di avere una relazione amorosa

In questo caso, invece, il forte bisogno di Alessia Pifferi di avere accanto a sé un compagno e di cercare stabilità affettiva non può essere considerato futile, come ampiamente emerso da perizie e consulenze che hanno più volte sottolineato la personalità dipendente e immatura della donna, che non cercava divertimento o avventure ma un rapporto di coppia autentico. L'imputata, per questo, si presentava agli uomini che incontrava "sempre come mamma di una bimba, della quale non mancava di esibire fotografie" dando così prova di "vivere la figlia come parte integrante della sua quotidianità". 

E così, in questo contesto, per i giudici di secondo grado l'ergastolo la "fragile" personalità di Alessia Pifferi, emersa dai colloqui clinici e specialistici, rende l'ergastolo una pena solo afflittiva e non rieducativa. La 40enne, stando alle valutazioni degli esperti, non è certo "persona di spiccata capacità criminale, incline a delinquere o, peggio, socialmente pericolosa per la vita e l'incolumità altrui, adulti o bambini" ma anzi, una persona la cui "indigenza economica" e"l'estrema marginalità" in cui è sempre vissuta fin dall'infanzia hanno contributo alla sua "incolpevole" inettitudine materna.

"Alessia Pifferi vittima del linciaggio mediatico"

Ma non solo. La Corte d'Appello, nella valutazione della concessione delle attenuanti generiche, ha tenuto conto di quanto il comportamento processuale dell'imputata sarebbe stato pesantemente influenzato dal "processo" mediatico subito in televisione, che ha avuto ricadute "deleterie e devastanti" sulla sua condotta. Un vero e proprio "clamore mediatico" e una continua "spettacolarizzazione" della sua vicenda sul piccolo schermo che di fatto le avrebbe inflitto solo "pene aggiuntive", portandola a una "metamorfosi" del comportamento: la donna, in questo modo, avrebbe quindi "invertito la rotta di una iniziale presa di coscienza" di quanto commesso, precipitando verso l'assunzione sempre più marcata di "posture vittimistiche e difensive", dal momento che avrebbe iniziato a mentire quando ha dovuto assistere, da telespettatrice, al suo "linciaggio" pubblico.

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