Lettera autografa di Giacomo Leopardi indirizzata al Monsignor Angelo Mai, conservata presso la Biblioteca Vaticana.
in foto: Lettera autografa di Giacomo Leopardi indirizzata al Monsignor Angelo Mai, conservata presso la Biblioteca Vaticana.

Lettere amare, “dolenti”, che un Giacomo Leopardi poco meno che trentenne scriveva all’amico Francesco Puccinotti: così il Mibact racconta l’acquisizione di tre epistole del poeta recanatese fino ad ora mai esposte al pubblico. Questi straordinari documenti andranno ad arricchire il già ricco fondo leopardiano della Biblioteca Nazionale di Napoli: le lettere verranno presentate ufficialmente martedì 31 luglio in conferenza stampa, alla presenza del Direttore generale Biblioteche e Istituti culturali, Paola Passarelli, del Direttore della Biblioteca napoletana, Francesco Mercurio, e del Ministro per i beni e le attività culturali Alberto Bonisoli.

L’acquisizione delle “Epistole dolenti” rientra in un più ampio progetto di tutela e valorizzazione dei materiali documentari attuato recentemente dal MIbact, che oltre alle lettere leopardiane ha acquistato, tramite un’asta e una lunga trattativa privata, anche un corpus di carteggi e manoscritti di Giuseppe Ungaretti. Ora, come già annunciato da Bonisoli, le pagine autografe di Ungaretti andranno alla Biblioteca Nazionale di Roma mentre quelle di Leopardi torneranno a Napoli, la cui Biblioteca conserva già l’80% del corpus di lettere, documenti e opere manoscritte del poeta recanatese.

Le epistole di Leopardi: filosofia, noia e dolore

Le epistole verranno presentate ufficialmente martedì 31 luglio a Napoli, ma il Mibact ha già dato alcune anticipazioni circa il contenuto delle pagine: si tratta di tre lunghe lettere indirizzate all’amico Francesco Puccinotti, letterato e medico, con il quale Leopardi soleva discorrere di filosofia indugiando anche su dettagli intimi e personali circa la sua condizione interiore.

Si tratta di pagine molto intime e a tratti dolorose, inviate fra il 1826 e il 1827 mentre il poeta alterna la sua permanenza a Recanati con brevi ma frequenti viaggi a Bologna e a Firenze: la grafia ordinata ed elegante indugia sulla ben nota angoscia suscitata dalla città natale dove, scrive Leopardi, “non so se ci sieno più asini o più birbanti: so bene che tutti son l'uno e l'altro".

Giacomo Leopardi ha poco meno di trent’anni quando parla con Puccinotti, ma la sua esistenza appare già travagliata e dolorosa, piegata dai frequenti malanni e disturbata da quel pessimismo che sarà cifra stilistica della sua produzione poetica: neanche la filosofia che aveva arricchito le sue Operette morali basta più a fronte di una vita di noia perché, afferma il poeta, anche la riflessione filosofica annoia “essa medesima”.

L’importante fondo leopardiano, a Napoli

Pagina autografa di "A Silvia", conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.
in foto: Pagina autografa di "A Silvia", conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le epistole andranno ad arricchire la già preziosissima raccolta di testi autografi conservati dalla Biblioteca napoletana. Si tratta di un vero e proprio archivio poetico e filosofico, che conserva alcune delle pagine più belle della storia letteraria italiana: oltre alle Operette morali il fondo napoletano conserva gran parte dei Canti, fra i quali L’Infinito, l’Ultimo canto di Saffo, A Silvia e Il sabato del villaggio, insieme ad importantissimi saggi autografi come il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica del 1818 e le oltre quattromila pagine dello Zibaldone.

Gran parte di queste opere è giunta a Napoli grazie all'amico Antonio Ranieri, con il quale Leopardi visse gli ultimi anni della sua vita dapprima in città e poi nella celebre villa delle Ginestre, a Torre del Greco. Alla morte del poeta, nel 1837, gli autografi rimasero in suo possesso per oltre cinquant'anni prima di disporne il passaggio proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli.