
Ancora una volta dedichiamo la nostra newsletter al tema della sicurezza a scuola. Lo abbiamo fatto quando uno studente è morto accoltellato da un compagno in un istituto superiore di La Spezia, e lo rifacciamo oggi, dopo che nei giorni scorsi un 17enne pescarese, domiciliato in provincia di Perugia, è stato arrestato con l'accusa di terrorismo dal Ros dei carabinieri: stava progettando una strage in una scuola ispirandosi ai fatti avvenuti alla Columbine High School del 20 aprile 1999, una delle sparatorie di massa più atroci della storia degli Stati Uniti.
Le indagini hanno permesso pure di documentare i contatti tra il minore arrestato ed il vertice del gruppo Telegram denominato "Werwolf Division", basato su contenuti correlati alla supposta superiorità della "razza ariana", oltre che sulla glorificazione di mass shooters come Brenton Tarrant, autore degli attentati alle moschee di Christchurch avvenuti il 15 marzo 2019, e Anders Behring Breivik, autore degli attentati avvenuti a Oslo e Utoya il 22 novembre 2011.
IL TEMA DEL GIORNO
Da Columbine a Perugia: la scuola italiana fa i conti con una realtà sconosciuta e non sa come gestirla
Abbiamo detto la strage di Columbine. Per chi non lo ricordasse, facciamo un breve recap: il 20 aprile 1999 Dylan Klebold ed Eric Harris, rispettivamente 17 e 18 anni, uccisero alla Columbine High School di Littleton, in Colorado, dove frequentavano l'ultimo anno, 12 studenti e un insegnante. Altre 24 persone rimasero ferite. Dopo l'attacco, entrambi si tolsero la vita nella biblioteca dell'istituto. Usarono fucili a pompa, una carabina semiautomatica e una pistola mitragliatrice per compiere quel massacro che ha cambiato per sempre l'America. È stato dopo quell'episodio che sono comparsi i primi metal detector all'ingresso di molti istituti, e che si è fatto più acceso il dibattito sulla vendita delle armi da fuoco e sull'uso di farmaci antidepressivi fatto dagli adolescenti.
Ma cosa c'entra l'Italia? Nel nostro Paese non si è mai pensato che una strage del genere potesse accadere. Solo negli ultimi mesi si era parlato in maniera più incisiva del tema sicurezza nelle scuole, dopo i ripetuti episodi di violenza che hanno riempito le pagine dei giornali e le programmazioni tv, dai fatti di La Spezia all'aggressione – verificatasi solo la scorsa settimana – a Trescore Balneario, dove un tredicenne ha quasi ucciso la sua professoressa di francese con un coltello. Anche in questo caso, c'entra Columbine. Come? Basta dire questo: il ragazzino indossava pantaloni mimetici e la maglietta bianca sulla quale aveva scritto in stampatello "VENDETTA", proprio come Harris nel 1999 indossava la maglietta bianca con su stampata la scritta "Natural selection", diventata, assieme alla mimetica e al trench di pelle nero, la divisa ufficiosa, l’immagine stereotipica, dello school shooter americano.
Eppure, quello della strage scolastica alla Columbine, per intenderci, resta un fatto che culturalmente non ci appartiene e ci costringe a fare i conti con una realtà sconosciuta. E mentre gli inquirenti sono al lavoro per cercare di ricostruire esattamente quanto successo sia con il 17enne pescarese che con il 13enne di Trescore Baleneario, l'opinione pubblica si chiede come poter gestire tutto questo. Non basta, come ha detto il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, "prestare maggiore attenzione ai social media", come se vietare l'accesso ai giovanissimi su alcune piattaforme come Telegram risolvesse – da solo – il problema. Così come non basta installare metal detector all'ingresso delle scuole. La sfida che ci aspetta come società è difficile e necessita dello sforzo di tutti i soggetti coinvolti, studenti, famiglie, docenti, istituzioni. Ed anche i presidi lo sanno bene.
L'APPROFONDIMENTO
I casi di Perugia e Bergamo rischiano di non essere episodi isolati: cosa stiamo sbagliando?
Di fronte a questi episodi e alla violenza sui social che coinvolge i giovanissimi, non possiamo non domandarci se questo non sia un fenomeno più ampio che forse fino ad ora è stato sottovalutato, anche nelle scuole. Ci chiediamo insomma se l'aggressione della prof a Bergamo e la vicenda del ragazzo che pianificava un massacro a Umbertide vadano letti come casi isolati o se siano l'inizio di un'escalation di violenza giovanile in ambito scolastico. Ne abbiamo parlato con il presidente dell’Associazione nazionale presidi di Roma, Mario Rusconi, secondo cui non siamo ancora davanti a un vero e proprio allarme sociale, a una violenza sistemica, ma è necessario agire subito per evitare derive peggiori in una situazione già complessa. "Per adesso in Italia siamo ancora lontani dai fatti della Columbine High School o di Utoya, quelli che abbiamo registrato in questi giorni sono casi singoli, legati a ragazzi con disturbi psicologici o psichiatrici".
"Ma c'è una tendenza che osserviamo e denunciamo già da qualche anno: molti ragazzi sono entrati in un circuito mentale pericoloso. Le forze dell'ordine e i tecnici informatici sono intervenuti in tempo, ma la reazione non può essere soltanto questa. Per quanto riguarda gli interventi a scuola, noi siamo favorevoli all'introduzione dei metal detector nelle situazioni e nei quartieri più a rischio". Rusconi non si riferisce all'installazione di varchi, sul modello di quelli che si trovano ad esempio negli aeroporti, ma suggerisce l'utilizzo di bacchette portatili per effettuare controlli. Secondo il dirigente scolastico gli istituti dovrebbero essere coinvolti direttamente in un lavoro di prevenzione: "Sono un sostenitore della scuola h24, aperta dalla mattina alla sera. Le medie e le superiori dovrebbero essere aperte di pomeriggio per attività di tipo formativo. Non per rimasticare le nozioni impartite al mattino dai docenti, ma per insegnare ai ragazzi cinema, musica, teatro, danza, fotografia, coinvolgendo cooperative e associazioni di volontariato. Dobbiamo evitare che i ragazzi passino tutti i pomeriggi su Internet, dove entrano in contatto con il dark web e con gruppi di suprematisti che incitano alla violenza cieca".
Ma c'è un problema più generale di sottovalutazione dei rischi che corrono gli adolescenti online? Questi fatti di cronaca sicuramente accendono una spia: se un ragazzino di 13 anni vive immerso in una spirale di aggressività forse qualcuno non l'ha ‘visto' abbastanza. "Come è possibile che nessuno adulto di riferimento se ne sia accorto, che non abbia colto dei segnali di disagio o isolamento?", è la domanda cruciale che pone il dirigente scolastico. "Sono tutti minori, i genitori hanno l'obbligo di controllarli".
Rusconi è favorevole a norme ‘repressive', come quelle recentemente introdotte in Australia, dove è stato interdetto l'accesso ai minori di 16 anni sulle principali piattaforme social, o come quella proposta dalla Lega, che vorrebbe il divieto per gli under 14. "Non possiamo aspettare che la situazione degeneri, dobbiamo fare qualcosa. Il recente divieto dell'uso del cellulare in classe è una misura che condivido. È giusto proibirlo, perché la scuola ha tentato di educare a un uso corretto del dispositivo, ma non è possibile arginare l'abuso dello strumento da parte degli adolescenti. Spesso sono le stesse famiglie che non collaborano con i docenti per limitare l'uso dei telefonini. A questo punto l'azione educativa nelle scuole diventa estremamente difficile".
"Ci sono naturalmente anche molti genitori favorevoli alle restrizioni introdotte dal ministero: dopo lo stop ai cellulari diverse indagini dimostrano che il 70-80% delle famiglie è d'accordo con il divieto – ha sottolineato Rusconi – così come lo è la maggior parte dei docenti, che siano di destra o di sinistra. Sono questioni di buon senso, su cui tutto il Parlamento dovrebbe unirsi".
A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi