
Qualche giorno fa Fanpage.it raccontato la storia di uno studente transgender umiliato e vessato al liceo Aristofane di Roma da una professoressa che pretendeva di chiamarlo con il ‘dead name', cioè il nome nel quale il ragazzo non si riconosce più ("Sarai sempre una ragazza: lo dice il tuo nome sul registro elettronico"). Il caso ha portato la scuola all'attivazione della carriera Alias. Un piccolo passo avanti che migliora la qualità della vita dell'alunno, consentendogli di utilizzare il nome d'elezione nel registro elettronico, proteggendolo così da eventuali ‘coming out' obbligati o da possibili atti di transfobia. Parliamo di un protocollo che permette di comparire nella burocrazia interna di un'azienda o di un istituto scolastico con il nome che corrisponde alla propria identità di genere, anche se differente da quello anagrafico. Questo produce effetti solo all'interno della realtà che adotta il protocollo: il nominativo ‘alias' non incide sui riferimenti legali e sui documenti ufficiali, come certificati o diploma, ma va impiegato nei rapporti con il personale scolastico e con i compagni.
Come prevedibile, anche la vicenda del liceo Aristofane è diventata un terreno di scontro, l'occasione per la destra e per i Pro Vita per attaccare "la dittatura lgbt e la deriva arcobaleno", prendendo le difese della professoressa (perché la carriera Alias non era ancora prevista dal regolamento d'istituto nel momento dei fatti contestati). La carriera Alias è uno strumento ancora poco diffuso nelle scuole e continua a incontrare resistenze, se non proprio aperta ostilità: è prevista solo nel 5% degli istituti italiani. Spesso però è l'unico modo per tutelare il benessere dei ragazzi, anche se ci troviamo in un contesto normativo incerto, dove ogni scuola fa per sé: non esiste un regolamento del ministero dell'Istruzione sulla carriera Alias degli studenti. Eppure l'identità Alias viene riconosciuta nei contratti della Pubblica amministrazione, compreso il comparto scuola. Ma quanti casi come quello del liceo Aristofane si verificano ogni giorno in classe? Nella newsletter di oggi proviamo a capire qualcosa in più.
IL TEMA DEL GIORNO
In Italia sono 519 le scuole che prevedono la carriera Alias, Arcigay Roma: "Strumento di civiltà ma c'è troppa paura"
Quello che è successo al liceo Aristofane di Roma è solo l’ultimo degli episodi di discriminazione che le persone trans hanno subito e subiscono in ambito scolastico. Così ritorna d’attualità anche la questione sulla cosiddetta carriera Alias, l’accordo di riservatezza tra la scuola, i soggetti richiedenti e le famiglie di quest’ultimi, se minorenni. Si tratta, come dicevamo, di una semplice procedura per cui nel registro elettronico viene inserito il nome scelto dalla persona in transizione al posto di quello anagrafico.
“Di segnalazioni simili a quella di Roma ne arrivano ogni giorno da ogni parte d’Italia”, spiega a Fanpage.it Federico Barbarossa, responsabile politiche Trans di Arcigay Roma. “È pure vero – continua – che spesso la natura di queste discriminazioni è subdola. C’è un clima che sfavorisce qualsiasi tipo di dialogo, per cui siamo in una situazione in cui molte persone non riescono nemmeno a fare coming out. Ed è difficile dare dei numeri sul fenomeno, perché nella maggior parte dei casi questi episodi non vengono neanche denunciati”.
In Italia, secondo gli ultimi dati a disposizione di Agedo, associazione di genitori, parenti, amiche e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali, trans*, +, al 23 marzo 2026 sono 519 le scuole che prevedono nel loro regolamento la carriera Alias. Non esistono linee guida ministeriali ma la sua applicazione resta a discrezione della direzione scolastica. Per questo, non viene ancora attuata nella maggioranza degli istituti: “C’è tanta ignoranza – prosegue Barbarossa -. Le scuole è come se avessero paura di fare qualcosa al di sopra della legge, cosa che non è possibile dal momento che di tratta di un accordo di riservatezza, che per altro è entrato di recente all’interno del CCNL Scuola e Ricerca, in controtendenza rispetto a quanto avviene per gli studenti”.
Eppure la scuola dovrebbe essere il luogo dove ciascuno può crescere esprimendosi al meglio, anche grazie ad uno strumento come la carriera Alias. “Io credo che sia uno strumento di civiltà – conclude Barbarossa -, garantendo il diritto all’unicità della persona che viene riconosciuto in primis dalla nostra Costituzione. La scuola non è solo una istituzione nozionistica, ma è il luogo per eccellenza in cui si impara a stare al mondo. Dobbiamo dare a tutti gli strumenti per superare gli stereotipi e superare il linguaggio d’odio. Infine, c’è anche un aspetto psicologico, e non solo di educazione: se il primo luogo in cui si è discriminati è la scuola, allora la società tutta ha perso in partenza”.
L'APPROFONDIMENTO
Irene Manzi (Pd): "Quello che è successo al liceo Aristofane non è un caso isolato e nemmeno un equivoco"
Secondo Irene Manzi, responsabile Scuola del Partito Democratico, di fronte a quanto accaduto nelle settimane scorse al Liceo Aristofane di Roma non basta "esprimere una generica solidarietà: è necessario chiamare le cose con il loro nome. Uno studente transgender sarebbe stato ripetutamente umiliato da una docente che si è rifiutata di riconoscerne l'identità di genere, continuando a chiamarlo con un nome e pronomi non corrispondenti alla sua richiesta. Una situazione che, come racconta la famiglia, va avanti da mesi e che ha prodotto una sofferenza quotidiana nel ragazzo", dice la deputata a Fanpage.it. "A questo studente e alla sua famiglia abbiamo espresso la nostra vicinanza. Dobbiamo dire con chiarezza che non si tratta di un episodio marginale o di un equivoco: è una violazione della dignità della persona e del diritto di ogni studente a sentirsi riconosciuto e rispettato nella comunità scolastica".
"Ma dobbiamo anche essere onesti: questo non è un caso isolato". La deputata ricorda che a Roma, in un altro istituto, uno studente trans era già stato discriminato da un docente che si era rifiutato di ritirare il compito firmato con il nome d'elezione, dichiarando ‘Io davanti ho una donna'. Ad aprile 2021, a Napoli, a un ragazzo trans era stato vietato di usare il bagno dei maschi al liceo Gian Battista Vico; nell'ottobre 2020, al liceo Tito Livio di Padova, a uno studente transgender era stato negato di usare il proprio nome maschile nelle liste per le elezioni studentesche. "Episodi diversi, scuole diverse, anni diversi. Ma purtroppo comportamenti discriminatori che si si ripetono".
Per la parlamentare dem "La scuola ha una responsabilità precisa: essere un luogo sicuro, inclusivo, capace di accompagnare ogni ragazza e ogni ragazzo nel proprio percorso di crescita. Quando questo non accade, quando si tollerano comportamenti che alimentano esclusione e discriminazione, viene meno la funzione educativa stessa dell'istituzione. Su questo sfondo si inserisce il nodo della carriera alias: lo strumento che consente agli studenti transgender di essere riconosciuti nei documenti e nei registri interni della scuola con il nome d'elezione corrispondente alla propria identità, senza attendere un iter legale che in Italia rimane lungo e complesso".
I dati di Agedo che citavamo prima ci dicono che le scuole italiane che prevedono la carriera alias nel proprio regolamento sono in crescita: nel 2020-2021 erano appena 51, nel 2022 116, nel 2023 148, e nel solo 2024 altre 100 scuole hanno aderito. Ora siamo arrivati a quota 519, di cui 513 pubbliche e 6 paritarie. Significa che il 95% degli istituti italiani non ha ancora adottato questo strumento.
"In assenza di linee guida ministeriali, l'attivazione della carriera alias dipende interamente dalla sensibilità della singola dirigenza scolastica, come è stato sottolineato da giuristi e associazioni di settore. Una situazione che produce una mappa a macchia di leopardo, dove il rispetto dell'identità di genere di uno studente dipende dalla fortuna geografica o dalla scuola in cui si trova iscritto", sottolinea Manzi.
I numeri sul disagio vissuto dagli studenti transgender nelle aule italiane sono allarmanti. Secondo il report Intersections – Youth, basato sull'indagine dell'Agenzia dell'Unione Europea per i Diritti Fondamentali, la discriminazione percepita dalle persone transgender tra i banchi di scuola arriva al 46% nella fascia 15-17 anni. Il 32% ha subito aggressioni fisiche o sessuali, spesso ripetute. Il 43% ha subito bullismo e solo il 23% ha ricevuto protezione o supporto. L'abbandono scolastico riguarda il 43% delle persone transgender, spesso dovuto a microaggressioni, stereotipi e alla mancata applicazione delle carriere alias in quattro casi su cinque.
"Non si tratta di numeri astratti – commenta Manzi – Si tratta di ragazze e ragazzi che abbandonano la scuola perché la scuola non li ha saputi accogliere, includere, rispettare. E i responsabili non sono solo i compagni: secondo un'indagine ISTAT-UNAR, il 45,1% delle persone trans che hanno subito discriminazioni scolastiche indica insegnanti e docenti come autori di tali comportamenti".
"Ma il caso romano deve essere anche l'occasione per chiedere ciò che manca da troppo tempo: linee guida ministeriali nazionali che rendano la carriera Alias uno standard in ogni scuola pubblica italiana, non una concessione affidata alla buona volontà di singoli dirigenti scolastici".
"Allo stesso tempo, non possiamo ignorare il clima che si respira nel Paese – ricorda Manzi – Nel marzo 2025 la Lega ha presentato una proposta di legge – discussa in occasione del ddl Valditara sul consenso preventivo in tema di educazione sessuo-affettiva ma non approvata – che non solo vieterebbe l'insegnamento di concetti legati all'identità di genere nelle scuole, ma introdurrebbe anche restrizioni sull'accesso ai bagni e vieterebbe agli studenti trans di partecipare alle competizioni sportive secondo la propria identità di genere, condizionandole ad un percorso di transizione medicalizzato o legale già intrapreso. Un clima che troppo spesso è alimentato da chi, purtroppo anche in politica, usa le differenze come terreno di scontro invece che di riconoscimento reciproco, contribuendo a legittimare atteggiamenti discriminatori. A questo noi ci opponiamo con determinazione. La scuola deve essere il primo argine contro ogni forma di discriminazione, un luogo in cui studenti e studentesse devono poter vivere la propria esperienza educativa. E su questo non possono esserci ambiguità né silenzi".
Di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi