
Neutralizzarli, silenziarli tutti. L'approvazione del disegno di legge contro la criminalità minorile, che modifica il regime di imputabilità dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, è una vicenda paradossale, che tocca da vicino gli studenti. Non solo per le implicazioni che potrà avere nell'immediato futuro, non appena le norme entreranno effettivamente in vigore, ma anche per il contesto in cui questa legge viene approvata: c'è un governo repressivo che con la mano destra inasprisce le norme per punire i minorenni e con la mano sinistra non concede loro la possibilità di partecipare alla vita politica attraverso il voto. Ma andiamo con ordine.
L'articolo 98 del Codice penale attualmente stabilisce che tra i 14 e i 18 anni non si possa presumere nei ragazzi una maturità tale da renderli con certezza capaci di intendere e di volere. In pratica questa maturità va accertata caso per caso da un giudice. Il disegno di legge approvato, che la destra chiama in modo propagandistico e sprezzante ‘decreto anti maranza', invece prevede una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere da parte del minore, lasciando la possibilità di dimostrare il contrario nel corso del procedimento. Bisogna specificare però che la possibilità che un ragazzo finisca in carcere esiste già di fatto e questo decreto non abbassa affatto l'età dell'imputabilità, ma introduce solo un'inversione del criterio per i minorenni tra i 14 e i 18 anni, invertendo l'onere della prova.
L'annuncio di questa misura ha generato un polverone, in vista soprattutto della ripresa delle manifestazioni studentesche in autunno. Il provvedimento avrebbe principalmente una funzione di deterrenza: la premier Meloni chiaramente vuole lanciare un avvertimento, anche per cercare di bloccare sul nascere i disordini e le iniziative di protesta, come le mobilitazioni per la Palestina che sono state organizzate l'anno scorso. Una circostanza che è stata messa in evidenza anche dalla deputata Pd Serracchiani, responsabile Giustizia dei dem: "A settembre, con la riapertura delle scuole e il ritorno delle mobilitazioni studentesche, migliaia di ragazze e ragazzi torneranno legittimamente nelle piazze. Con queste norme il rischio è che vengano affrontati anzitutto come un problema di ordine pubblico, anziché come cittadini titolari di diritti. È un messaggio profondamente sbagliato. Dietro lo slogan della ‘norma anti-maranza' si nasconde una legge che riguarda tutti i ragazzi tra i 14 e i 18 anni".
Tralasciando le critiche sorte all'interno dello stesso Pd per la card con il volto di Meloni e la frase ‘Con lei anche i vostri figli possono andare in carcere', secondo diversi analisti così non si fa altro che indebolire la specificità della giustizia minorile, senza agire sulle cause del disagio e senza dare effettivamente riposte al problema della criminalità tra i giovanissimi.
Come dimenticare le parole di Meloni, nel suo discorso di insediamento alla Camera nel 2022: "Confesso che difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per coloro che scenderanno in piazza contro le politiche del nostro governo". Sembrano parole invecchiate malissimo. Chissà dov'è finito quel sentimento e quell'inno alla libertà.
Salvini come al solito si è tuffato in questa nuova polemica, sostenendo addirittura che il "decreto anti maranza", approvato in Cdm pochi giorni fa, lo scorso 23 luglio e dunque non ancora convertito in legge, avrebbe permesso già l'arresto di un 14enne (cosa ovviamente impossibile). Ma le contraddizioni che si nascondono dietro a questa norma sono legate soprattutto al divieto per i ragazzi di votare prima di aver compiuto 18 anni. Se dai 14 anni in su i ragazzi sono ritenuti sempre capaci di intendere e di volere, non si capisce perché allora il grado di giudizio che hanno raggiunto a quell'età non dovrebbe renderli altrettanto idonei a votare. L'irragionevolezza sta tutta qui: sono considerati abbastanza grandi per essere più facilmente processati, ma non abbastanza per esercitare il loro diritto di voto.
Per il governo quindi sono immaturi per la vita civica, ma lo stesso principio non sembra valere sul piano penale. Se sono troppo giovani per scegliere i loro rappresentanti in Parlamento, perché dovrebbero essere ritenuti automaticamente capaci di intendere e di volere se commettono un reato? Delle due l'una: o hanno capacità di giudizio oppure non ce l'hanno.
Da questo punto di vista la linea dell'esecutivo è del tutto incoerente e il disegno di legge che modifica il regime di imputabilità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni provoca un evidente corto circuito. Ed è il punto che è stato sollevato anche dal leader di Iv Matteo Renzi: "Se li consideriamo imputabili dal punto di vista penale, consideriamoli valorizzabili anche sotto il profilo politico". Per questo il senatore suggerisce di dare ai giovani anche un messaggio positivo, abbassando l'età per il voto: "Si fanno delle norme per dire che i ragazzi under 18 non sono di per sé privi della capacità giuridica, per cui possono essere chiamati a rispondere. Che tipo di messaggio vogliamo dare ai giovani di questo Paese? Vogliamo dire che i giovani vanno coinvolti di più? Diamo allora il voto ai 16enni". Un invito a i cui ci associamo anche noi – che potrebbe tra l'altro essere un buon antidoto contro l'astensionismo – che però fino ad ora non sembra sia stato minimamente preso in considerazione dall'esecutivo.
Di proposte in Parlamento ce ne sono state alcune – da parte del centrosinistra ma anche della Lega – ma nessuna ha avuto seguito. L'ultima è a firma dell'onorevole del M5s Chiara Appendino, che nell'ottobre 2024 aveva presentato un suo testo alla Camera per permettere ai 16enni di votare. Quella proposta però sembra essere stata dimenticata in Commissione. Nel 2021 è arrivato invece un intervento normativo che ha consentito ai giovani tra i 18 e i 25 anni di votare per l'elezione del Senato (cosa che era già possibile per la Camera).
Gli studenti però sono stufi di essere trattati con paternalismo e sono preoccupati di quello che succederà nei prossimi mesi. Federica Corcione, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Studenti, ha detto a Fanpage.it cosa ne pensa di queste misure: "Questo provvedimento si inserisce in un quadro complessivo di crescente repressione penale nei confronti del cosiddetto ‘disagio giovanile': si tratta di fatto di reprimere il sintomo senza comprenderne e risolverne la causa", ha spiegato.
"A partire dal decreto Caivano per arrivare al dl Sicurezza, appare sempre più evidente la volontà politica di questo governo di criminalizzare sempre di più la marginalità sociale, in un paradosso che appare evidente: si smantella il welfare e si aumentano le pene e le sanzioni amministrative. Si cavalca così la reazione di pancia dell'opinione pubblica, alimentata dall'allarme sulle ‘baby gang', per colpevolizzare i giovani senza comprendere realmente le origini sociali che portano alla marginalità".
"La dichiarazione della premier Meloni – secondo cui "chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare, sempre, anche se ha 15 o 16 anni" – riflette la scelta politica di ignorare le reali condizioni di disagio vissute da una grande fetta della popolazione giovanile in Italia, preferendo ricorrere unicamente a una punizione diretta e punitiva".
"In questa stessa ottica si inserisce un evidente doppio standard: da un lato, a partire dai 14 anni, i ragazzi sono più facilmente processabili, introducendo una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere e invertendo l'onere della prova; dall'altro, si nega la possibilità di voto ai sedicenni proprio con l'argomento opposto, sostenendo cioè che a quell'età non si possieda la responsabilità necessaria per esprimere un voto".
A cura di Annalisa Cangemi