
Nelle profondità dell'Oceano Indiano, dove la luce del sole non arriva e la pressione è centinaia di volte superiore a quella presente in superficie, un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto quello che sembra essere il più grande, antico e profondo cimitero di balene mai individuato. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, descrive una vera e propria "necropoli" sottomarina che conserva resti di cetacei che si sono accumulati per milioni di anni.
La scoperta è stata effettuata da un team composto da scienziati dell'Accademia Cinese delle Scienze, del National Institute of Water and Atmospheric Research della Nuova Zelanda, ma anche dai paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta dell'Università di Pisa. I ricercatori hanno esplorato la Fossa Diamantina, un'area remota dell'Oceano Indiano, utilizzando un batiscafo cinese per grandi profondità chiamato Fendouzhe.
Un cimitero con quasi 800 scheletri per km²

La Fossa Diamantina è un paesaggio sottomarino caratterizzato da fratture e dorsali formatesi milioni di anni fa, quando Australia e Antartide iniziarono a separarsi. Durante le esplorazioni, gli scienziati hanno individuato un'enorme concentrazione di ossa e scheletri di balena sepolti o parzialmente esposti nei sedimenti del fondale. Dopo una prima scoperta, il team è tornato più volte sul sito, effettuando complessivamente 32 immersioni.
In questo modo sono stati identificati 485 siti contenenti fossili di balene e cinque cosiddette "whale fall" attive, cioè carcasse "precipitate" relativamente di recente e adagiate sul fondale. L'intera area si estende per circa 1.200 chilometri e si trova a profondità molto elevate, comprese tra 4.200 e 7.000 metri.
La densità dei resti è impressionante: quasi 800 scheletri per chilometro quadrato, una concentrazione che non ha precedenti. Inoltre, il sito supera anche il precedente record di profondità per un "whale fall", che si trovava nell'Atlantico sud-occidentale a circa 4.200 metri.
Perché tante balene proprio lì?

Secondo gli autori dello studio, la particolare conformazione del fondale potrebbe aver favorito l'accumulo dei resti. Le profonde depressioni a forma di V presenti nella Fossa Diamantina sembrano infatti attrarre i mesoplodonti, un gruppo di cetacei poco ancora poco conosciuti, ma famosi per le loro immersioni estreme alla ricerca di calamari e pesci degli abissi.
Questi odontoceti possono spingersi oltre i 3.000 metri di profondità, ma farlo richiede uno sforzo fisiologico enorme. Gli scienziati ipotizzano che alcune immersioni particolarmente impegnative possano aumentare i rischi o facilitare di problemi legati alla decompressione, causando la morte degli animali. Le correnti e la morfologia del fondale avrebbero poi contribuito a convogliare le carcasse sempre nella stessa area.
Anche la lenta accumulazione di sedimenti ha probabilmente avuto un ruolo importante. In queste zone il fondale si ricopre molto lentamente di nuovi depositi, permettendo alle ossa di restare esposte abbastanza a lungo da fossilizzarsi anziché essere rapidamente sepolte.
Fossili di specie viventi e di balene sconosciute

Grazie ai bracci robotici del sommergibile, i ricercatori hanno recuperato alcuni campioni ossei da studiare in laboratorio. Tra i resti identificati figurano specie ancora viventi, come il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), ma anche balenottere e cetacei estinti. Tra le scoperte più interessanti c'è infatti una nuova specie fossile strettamente imparentata ai mesoplodonti, battezzata Pterocetus diamantinae in onore della regione in cui è stata trovata.
Il reperto più antico recuperato è invece un cranio risalente a circa 5,3 milioni di anni fa. Secondo gli autori, questo dimostra che l'accumulo di carcasse e fossili in quest'area è avvenuto in modo continuo per almeno cinque milioni di anni, trasformando il fondale in un archivio naturale della storia evolutiva delle balene.
Un cimitero pieno di vita

Nonostante l'aspetto lugubre, questa necropoli sottomarina ospita una straordinaria biodiversità. Quando una balena muore e affonda, la sua carcassa diventa infatti una preziosa fonte di nutrimento per gli organismi degli abissi, un ambiente in cui il cibo è estremamente scarso.
I ricercatori hanno osservato meduse, anemoni, spugne, ofiure – chiamate anche stelle marine serpentine -, vermi che scavano nelle ossa, lumache marine e numerosi microrganismi che ricoprono i resti con una sorta di patina biancastra. Molte delle specie osservate potrebbero essere ancora completamente sconosciute alla scienza. Questi ecosistemi, chiamati anche "whale-fall ecosystems", possono sopravvivere per anni o addirittura decenni grazie ai nutrienti contenuti nelle ossa e nei tessuti delle balene.
Una scoperta che potrebbe cambiare la nostra visione degli abissi

Gli autori ritengono che la Fossa Diamantina possa rappresentare un vero e proprio corridoio ecologico tra diversi ecosistemi profondi dell'Oceano Indiano. Le carcasse e i resti fossili delle balene potrebbero aver favorito per milioni di anni la diffusione di organismi specializzati da una regione all'altra degli abissi. Per questo motivo la scoperta non riguarda soltanto li cetacei, ma potrebbe offrire nuove informazioni sull'evoluzione della vita marina degli abissi e sui meccanismi che permettono alle specie di colonizzare alcuni degli ambienti più estremi del pianeta.
Secondo i paleontologi, il ritrovamento di questo cimitero ha un'importanza paragonabile a quella di altre celebri scoperte oceanografiche, come la riscoperta celacanto o la scoperta sorgenti idrotermali profonde. E potrebbe essere solo l'inizio: questo immenso cimitero di balene potrebbe infatti custodire ancora molti segreti sulla storia degli oceani e dei loro abitanti.