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12 Maggio 2026
10:45

Il calamaro gigante scoperto negli abissi australiani, anche se nessuno l’ha visto: trovato grazie al DNA ambientale

Il calamaro gigante vive anche negli abissi australiani: gli scienziati ne hanno trovato tracce genetiche grazie al DNA ambientale e senza mai osservarne uno.

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Il primo calamaro gigante vivo mai filmato durante una spedizione al largo del Giappone nel 2006. Immagine di National Museum of Nature and Science di Tokyo

Nelle profondità marine al largo della costa occidentale australiana, nell'oceano Indiano orientale, si nasconde uno degli animali più misteriosi del pianeta: il calamaro gigante. Nessuno lo ha mai osservato vivo in quelle acque, eppure gli scienziati hanno trovato prove della sua presenza grazie a una tecnica relativamente nuova chiamata DNA ambientale, o eDNA.

La scoperta arriva da uno studio guidato dalla Curtin University e pubblicato sulla rivista Environmental DNA. I ricercatori hanno esplorato due enormi canyon sottomarini profondi oltre 4.500 metri, i canyon di Cape Range e Cloates, lungo la costa di Ningaloo, circa 1.200 chilometri a nord di Perth. Durante la spedizione, realizzata a bordo della nave da ricerca Falkor dello Schmidt Ocean Institute, sono stati raccolti più di mille campioni d'acqua a diverse profondità.

Che cos'è il DNA ambientale

Il DNA ambientale funziona un po' come un'impronta invisibile lasciata dagli animali nell'ambiente. Pelle, muco, cellule e frammenti organici finiscono naturalmente nell'acqua, permettendo agli scienziati di capire quali specie siano passate in una certa zona senza bisogno di vederle o catturarle. I ricercatori raccolgono campioni di acqua, la analizzano e scoprono grazie al DNA quali esseri viventi hanno lasciato le loro tracce in quei campioni.

È una tecnica di studio relativamente recente e sempre più utilizzata, poiché permette di attestare la presenza di animali sfuggenti, anche senza avvistarli. Viene usata per esempio per studiare la presenza della foca monaca nei mari italiani e ha permesso recentemente di attestare per la prima volta la presenza dello sfuggente capodoglio pigmeo nel Mediterraneo. Ed è proprio così che il team ha individuato sei tracce genetiche attribuite al calamaro gigante. Si tratta della prima volta che questa specie viene rilevata nelle acque dell'Australia occidentale.

Chi è il calamaro gigante, la leggenda degli abissi

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Un calamaro gigante trovato spiaggiato il 2 ottobre del 1954 in Norvegia. Foto da Wikimedia Commons

Il calamaro gigante (Architeuthis dux) è uno degli animali più leggendari degli abissi. Può superare i 10-13 metri di lunghezza, arrivando a pesare oltre 250 chili. Ha gli occhi più grandi tra tutti gli animali, larghi fino a 30 centimetri, più o meno come una pizza. Vive nelle profondità oceaniche, probabilmente tra i 300 e i 1.000 metri o anche oltre, dove la luce del Sole non arriva più. Ma nonostante la sua fama leggendaria, resa tale anche da racconti marinareschi, letteratura e cinema, sappiamo ancora pochissimo su questa specie.

Le osservazioni dirette di calamari giganti vivi sono rarissime: fino a oggi ne sono state documentate solo poche decine in tutto il mondo, quasi tutte grazie a sommergibili, robot sottomarini o telecamere di profondità. Per secoli la specie è stata conosciuta infatti soprattutto attraverso individui spiaggiati o resti trovati nello stomaco dei capodogli, i loro principali predatori e dalle ferite circolari lasciate dai tentacoli dei calamari sulla loro pelle. Le prime immagini di un calamaro gigante vivo sono arrivate solo nel 2006.

Gli ecosistemi abissali sono ancora sconosciuti

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Alcuni degli organismi marini trovati dai ricercatori. Immagine da Nester et al., 2026

Ma il calamaro gigante è solo una parte delle scoperte. Analizzando il DNA ambientale, i ricercatori hanno identificato 226 specie appartenenti a 11 grandi gruppi animali, tra cui pesci abissali, echinodermi, meduse, altre specie calamari e mammiferi marini. Sono emerse anche specie mai registrate prima in quelle acque, come gli squali dormienti (genere Somniosus) e l'enigmatico Typhlonus nasus, un pesce privo di occhi visibili, e altri animali che potrebbero persino essere nuovi per la scienza.

Secondo la biologa Georgia Nester, autrice principale dello studio, il risultato più importante è proprio questo: gli ecosistemi profondi australiani sono ancora quasi sconosciuti. Alcuni organismi trovati non corrispondono infatti a nessuna sequenza genetica presente nei database scientifici. La ricerca ha mostrato anche che le comunità animali cambiano molto con la profondità. Due canyon relativamente vicini possono ospitare ecosistemi completamente differenti, prova di una biodiversità molto più complessa del previsto.

E questo è importante anche per la conservazione. Gli oceani profondi sono sempre più minacciati dai cambiamenti climatici, dalla pesca industriale e dalle attività estrattive. Ma proteggere un ecosistema è difficile se prima non sappiamo nemmeno quali esseri viventi lo abitano. Il calamaro gigante continua quindi a restare invisibile, nascosto nell'oscurità degli abissi. Ma grazie alle sue minuscole tracce genetiche disperse nell'acqua, gli scienziati sanno che è ancora lì, in un mondo che conosciamo molto meno di quanto immaginiamo.

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