
Per molto tempo si è poco riflettuto sulle capacità cognitive dei cani. Il tipico addestramento, basato sull'insegnamento di parole come "seduto", "resta" e "no" e i risultati che si ottengono venivano attribuiti a un semplice fenomeno di causa/effetto, come se il "miglior amico dell'uomo" fosse una sorta di automa che risponde per riflesso ai nostri comandi.
Lo studio dell'etologia canina negli ultimi 30 anni ha fatto però passi da gigante e ora non dovrebbe in fondo nemmeno sorprendere quanto emerge da uno studio condotto all'Università Eötvös Loránd di Budapest, in Ungheria. I ricercatori hanno infatti reso noto che quando Fido riceve un "no" il suo cervello si attiva in modo simile al nostro, attivando la sfera dell'autocontrollo e misurando il proprio comportamento.
In buona sostanza per comprendere il funzionamento del cervello del nostro compagno canino, dobbiamo pensare a quello che accade nel nostro quando veniamo privati di qualcosa che desideriamo. Il nostro primo istinto, infatti, è quello di agire per ottenere il risultato cui ambiamo e la stessa cosa accade per i cani. Allo stesso tempo, però, se dobbiamo per un qualsiasi motivo fermarci è la nostra mente a frenare la spinta attraverso l'uso della corteccia frontale. Ciò è stato dimostrato attraverso le ricerche compiute sull'attività cerebrale chiamata theta che consente proprio un maggiore controllo cognitivo.
Gli esperti hanno dunque cercato queste stesse tracce nella mente di Fido, analizzando le risposte di 14 cani attraverso la lettura dell'elettroencefalografia, l'EEG. Si tratta di una tecnica che consente di registrare l'attività elettrica del cervello attraverso elettrodi appoggiati sulla testa, senza dover ricorrere a procedure invasive. In totale sono state analizzate 226 registrazioni, ciascuna della durata di circa 30 secondi.
Gli animali sono stati sottoposti a due situazioni distinte. Nella prima, definita la condizione di base, il cane era sveglio e in una dimensione di serenità. Nella seconda Fido veniva sottoposto a una situazione cosiddetta di "gratificazione ritardata", cioè doveva resistere alla possibilità di ottenere immediatamente qualcosa di desiderabile. Gli esperti hanno poi confrontato l'attività cerebrale nel momento in cui non vi era nulla che facesse scattare l'autocontrollo e poi quando è verificata questa ipotesi.
Il risultato finale è stato scoprire che quando il cane doveva controllarsi, aumentava appunto l'attività nella banda theta ed era particolarmente evidente nella zona frontale centrale della testa, proprio come avviene per noi umani. Questa attività è associata al controllo cognitivo e ciò ci ha dunque permesso di scoprire un'altra importante similitudine tra la nostra specie e quella che da migliaia di anni ci cammina al fianco.
Ricerche di questo tipo supportano e confermano la necessità di guardare al proprio compagno a quattro zampe con la consapevolezza di avere a che fare con un individuo dotato di cognizione ed emozioni. La presenza dei cani nelle famiglie, infatti, viene spesso ormai definita come "membri effettivi" del gruppo sociale ma ancora ci sono animali che vengono trattati come peluche o maltrattati e considerati alla stregua di oggetti.
Ma questi studi ci insegnano anche un'altra cosa, ovvero la capacità di questi animali di aver evoluto un cervello capace di comprendere la comunicazione di un'altra specie con tanta precisione e raffinatezza. Quando diciamo che "ai cani manca solo la parola" in realtà li stiamo continuando a sottovalutare, considerando quanto loro hanno investito in termini evoluzionistici per comprendere la nostra specie e quanto noi, ancora, siamo indietro per farci comprendere da loro.