
Con la crisi climatica e l'aumento delle temperature medie globali diventano sempre più frequenti gli eventi meteorologici estremi: ondate di calore, piogge intense, mareggiate e tempeste che possono avere conseguenze dirette sugli animali selvatici. E un nuovo studio condotto in Tasmania, la grande isola a sud dell'Australia, mostra proprio come questi fenomeni stiano già compromettendo il successo riproduttivo di alcune specie, tra cui otarie, albatros e berte.
Gli autori hanno analizzato decenni di dati raccolti tra il 1989 e il 2024 in diverse colonie di tre specie: l'otaria orsina australiana (Arctocephalus pusillus doriferus), la berta codacorta (Ardenna tenuirostris) e l'albatros cauto (Thalassarche cauta). I risultati dimostrano che gli eventi meteorologici estremi riducono la sopravvivenza dei cuccioli e dei pulcini, mettendo a rischio la capacità delle popolazioni di rinnovarsi nel tempo.
Mareggiate, caldo e piogge estreme colpiscono le specie marine

Le specie coinvolte nello studio condividono alcune caratteristiche importanti: vivono a lungo, raggiungono la maturità sessuale lentamente e producono pochi piccoli ogni anno. Ciò significa che eventuali perdite di cuccioli o giovani individui possono avere effetti significativi sull'intera popolazione, soprattutto se si ripetono per più anni consecutivi. I ricercatori hanno quindi esaminato sei colonie di foche, cinque colonie di berte e tre colonie di albatros, confrontando i dati sulla riproduzione con quelli provenienti dalle stazioni meteorologiche locali.
L'obiettivo era capire quali fenomeni climatici avessero il maggiore impatto sulla sopravvivenza dei giovani. Uno dei risultati più evidenti riguarda le otarie. Le cosiddette "storm surge", ovvero le mareggiate eccezionali generate dalle tempeste, hanno ridotto il numero di cuccioli sopravvissuti nelle colonie studiate. Durante questi eventi il livello del mare può innalzarsi temporaneamente e le onde raggiungere le aree costiere utilizzate dalle otarie per partorire e allevare i piccoli.

I cuccioli, ancora poco mobili e vulnerabili, possono essere travolti dalle onde o separati dalle madri, diminuendo così le probabilità di sopravvivenza. Per gli albatros il quadro è ancora più complesso. Lo studio mostra che il successo riproduttivo diminuisce quando i nidi sono esposti a ondate di calore, precipitazioni intense e condizioni marine particolarmente violente. I pulcini di queste grandi specie oceaniche trascorrono molti mesi nel nido prima di essere pronti a volare.
Temperature troppo elevate possono provocare stress termico e disidratazione, mentre le piogge intense possono raffreddare e indebolire i giovani uccelli. Anche le berte, che ogni anno percorrono migliaia di chilometri attraverso l'Oceano Pacifico, mostrano un minor successo riproduttivo negli anni caratterizzati da precipitazioni estreme. I loro nidi, spesso scavati nel terreno, possono allagarsi durante i temporali più intensi, aumentando la mortalità dei pulcini.
Un problema destinato a peggiorare con la crisi climatica

Negli ultimi decenni gli scienziati hanno documentato come i cambiamenti climatici stia alterando ecosistemi terrestri e marini in tutto il mondo. Oltre all'aumento delle temperature, una delle conseguenze più preoccupanti è proprio la crescita nella frequenza, nell'intensità e nella durata degli eventi meteorologici estremi. Secondo gli autori, comprendere quali siano le soglie climatiche oltre le quali una colonia diventa vulnerabile è perciò fondamentale per prevedere il futuro delle popolazioni animali.
Identificare i periodi più critici può infatti aiutare a sviluppare strategie di conservazione mirate. Gli studiosi sottolineano infatti che non tutte le colonie reagiscono allo stesso modo agli eventi estremi. Alcune risultano più vulnerabili di altre a seconda della posizione geografica, della morfologia delle coste o delle caratteristiche dell'habitat. Per questo motivo, spiegano i ricercatori, saranno necessarie strategie di gestione adattate alle singole popolazioni.

Monitoraggi continui, modelli previsionali e interventi basati sulle informazioni climatiche potrebbero contribuire a rendere più resilienti queste specie e il messaggio che emerge dalla ricerca è quindi molto chiaro: la crisi climatica non rappresenta più soltanto una minaccia futura. Gli effetti sugli animali selvatici sono già osservabili oggi e colpiscono, in questo caso, soprattutto le fasi più delicate del ciclo vitale, come la nascita e la crescita dei giovani.
Per specie che impiegano anni per raggiungere l'età riproduttiva e producono pochi piccoli, la perdita di una sola stagione riproduttiva può infatti avere conseguenze che si ripercuotono poi per molto tempo sull'intera popolazione. Lo abbiamo visto recentemente con le urie (Uria aalge) che nidificano in Alaska: una singola ondata di calore anomalo registrata tra il 2014 e il 2016 ha dimezzato la popolazione uccidendo 4 milioni di uccelli. Da allora, la popolazione non si è più ripresa.