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27 Aprile 2026
15:57

Un’ondata di calore ha ucciso oltre 600mila uccelli in Australia: così il clima sta decimando le specie marine

Un’ondata di calore marina ha ucciso oltre 600mila uccelli acquatici in Australia. Questi eventi, legati alla crisi climatica, sono sempre più frequenti e minacciano intere popolazioni.

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Uccelli marini trovati morti lungo le coste dell’Australia. Foto di Living Ocean Foundation

Le temperature degli oceani stanno aumentando in tutto il mondo a causa del surriscaldamento globale. E a pagare il prezzo della crisi climatica in mare non sono solo i coralli o i pesci, ma anche gli uccelli. Un nuovo studio pubblicato recentemente sulla rivista Conservation Biology racconta cosa è successo tra il 2023 e il 2024 lungo le coste dell'Australia: una singola ondata di calore marina ha causato la morte di oltre 600mila uccelli.

La stima dei ricercatori: circa 629mila uccelli marini morti

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La specie più colpita è stata la berta codacorta (Ardenna tenuirostris)

Tutto è iniziato alla fine del 2023, quando migliaia di uccelli morti hanno cominciato ad accumularsi sulle spiagge, dal Queensland fino alla Tasmania. Non è raro che qualche uccello muoia in mare, ma questa volta i numeri erano fuori scala: intere colonie di berte codacorta (Ardenna tenuirostris), una specie simile alla nostra berta minore, stavano letteralmente scomparendo.

Per capire cosa stesse accadendo, un gruppo di ricercatori dell'Adrift Lab – specializzato nello studio dell'inquinamento da plastica negli oceani e dei suoi impatti sugli ecosistemi marini – ha coinvolto anche cittadini e volontari per raccogliere dati, una modalità parte della cosiddetta citizen science, la scienza partecipativa. Insieme hanno raccolto dati lungo migliaia di chilometri di costa, collegando le morti a una forte ondata di calore marina verificatasi proprio durante la stagione riproduttiva, quando gli uccelli sono più vulnerabili.

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Una berta zampecarnicine (Ardenna carneipes), altra specie colpita dall’ondata di calore

I circa 5mila uccelli trovati sulle spiagge, però, erano solo la punta dell’iceberg. La maggior parte degli animali morti in mare non arriva mai a riva e i corpi affondano o si decompongono rapidamente. Si stima che meno dell'1% venga effettivamente osservato. Utilizzando modelli matematici già impiegati per stimare la mortalità vicino alle pale eoliche, i ricercatori hanno quindi calcolato che il numero reale potrebbe superare i 629mila individui.

Di questi, circa il 96% erano berte codacorta, mentre l'altra specie più colpita è stata la berta zampecarnicine (Ardenna carneipes), con quasi 14mila uccelli morti stimati. Secondo Alex Bond, tra gli autori dello studio, significa che oltre il 5% della popolazione totale di questi uccelli è scomparsa in pochi mesi. Un colpo durissimo per uccelli che già devono affrontare pesca accidentale, inquinamento da plastica e malattie.

Come e perché le ondate di calore uccidono gli uccelli marini

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Gli uccelli muoiono di fame, intossicati o per lo stress termico. Foto di Living Ocean Foundation

Ma cos'è esattamente un'ondata di calore marina? Si tratta di un periodo prolungato in cui la temperatura dell'acqua supera di molto la media stagionale. Negli ultimi decenni questi eventi sono diventati più frequenti e intensi. Dagli anni 80, il riscaldamento degli oceani è infatti accelerato sensibilmente, e oggi molte di queste ondate si concentrano negli ultimi quindici anni. L'impatto sugli uccelli e gli altri animali avviene per una serie di eventi a catena.

I pesci, che rappresentano la principale fonte di cibo per la maggior parte degli uccelli marini, si spostano verso acque più fredde o muoiono. In alcuni casi si sviluppano anche fioriture algali tossiche, ovvero proliferazioni eccessive di alghe. E per gli uccelli tutto questo significa una cosa sola: fame. A questo si aggiunge poi anche lo stress termico diretto, cioè l'incapacità di regolare la propria temperatura corporea in condizioni di caldo estremo.

Le ondate di calore sono sempre più frequenti

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In Alaska, una recente ondata di calore ha dimezzato la popolazione di urie (Uria aalge), uccidendo circa 4 milioni di uccelli

Eventi simili non sono più così isolati. Tra il 2014 e il 2016, in Alaska, un'ondata di calore marina provocò una delle più grandi morie mai documentate: circa 4 milioni di urie (Uria aalge) morirono, dimezzando la popolazione nidificante locale. Anche in quel caso, il fenomeno fu legato al rapido riscaldamento delle acque, un evento conosciuto col nome di "Blob". Il problema però è che queste crisi si stanno verificando sempre più spesso.

Un evento simile e ancora in fase di studio, è accaduto anche negli scorsi mesi lungo le coste atlantiche europee, dove a essere colpiti son ostati soprattutto i pulcinella di mare (Fratercula arctica), con decine di migliaia di uccelli morti o debilitati recuperati dalla Penisola Iberica fino al Regno Unito. Se in passato erano eventi rari, oggi si verificano a distanza di pochi anni, compromettendo le capacità di recupero numerico delle popolazioni.

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Anche nei mesi scorsi è stata segnalata una moria anomala di uccelli lungo le coste atlantiche europee che ha colpito soprattutto i pulcinella di mare (Fratercula arctica)

E c'è un'altra difficoltà: monitorare davvero questi eventi è molto complicato. La maggior parte delle morti avviene lontano dagli occhi umani, e senza dati precisi si rischia di accorgersi del declino solo quando è ormai troppo tardi. Per questo gli autori dello studio parlano di un campanello d’allarme. La crisi climatica non è più un fenomeno astratto o lontano: sta già modificando pesantemente gli ecosistemi marini e mettendo sotto pressione intere specie.

Senza interventi concreti per ridurre le emissioni di gas serra, proteggere gli habitat e monitorare meglio le popolazioni, eventi come questo osservato in Australia potrebbero diventare la nuova normalità. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, ormai lo sono già.

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