
In Alaska le autorità potranno tornare ad abbattere orsi bruni e orsi neri, anche sparando dagli elicotteri, nel tentativo di salvare una particolare popolazione di caribù – come vengono chiamate le renne in Nord America – in forte declino. La decisione è arrivata dopo la sentenza di un giudice statunitense che ha respinto la richiesta di due associazioni ambientaliste di sospendere temporaneamente il programma.
Al centro della vicenda c'è la mandria di caribù di Mulchatna, nel sud-ovest dell'Alaska. Per decenni questi animali hanno rappresentato una risorsa fondamentale per molte comunità native locali, che li cacciavano per il sostentamento alimentare. Negli anni Novanta la popolazione aveva raggiunto circa 190.000 individui, ma da allora il numero di animali è crollato drasticamente: nel 2019 erano rimasti appena 13.000 caribù. Oggi la stima è di poco superiore ai 16.000 individui.
Per cercare di favorire la ripresa della popolazione, il Dipartimento della pesca e della fauna selvatica dell'Alaska ha autorizzato l'uccisione dei principali predatori naturali dei cuccioli di caribù, soprattutto orsi e lupi. Secondo lo Stato, il momento più delicato è la stagione delle nascite, tra la fine di maggio e l'inizio di giugno, quando i piccoli appena nati sono particolarmente vulnerabili agli attacchi dei predatori.

Tra il 2023 e il 2024 sono già stati abbattuti circa 180 orsi, in gran parte orsi bruni, ai quali se ne sono aggiunti altri 11 lo scorso anno. Una parte delle operazioni è stata effettuata anche anche sparando direttamente dagli elicotteri, una metodologia considerata da molti controversa, ma consentita in alcuni programmi di gestione faunistica in Alaska.
Le associazioni ambientaliste Alaska Wildlife Alliance e Center for Biological Diversity hanno però contestato la legittimità del piano. Secondo le organizzazioni, lo Stato avrebbe autorizzato nuovamente gli abbattimenti senza dati sufficienti per capire quanti orsi vivano nell'area e se la loro popolazione possa sopportare queste uccisioni senza subire danni a lungo termine.
Gli ambientalisti sostengono inoltre che non esistano prove solide che dimostrino che l'eliminazione dei predatori sia davvero sufficiente a salvare i caribù. "Vogliamo anche noi che la mandria si riprenda", ha dichiarato Cooper Freeman del Center for Biological Diversity, "ma lo Stato non ha dimostrato che l'uccisione indiscriminata degli orsi porterà davvero a questo risultato".

Le autorità dell'Alaska, invece, parlano di un piano basato sulle evidenze scientifiche disponibili. Secondo i funzionari statali, proprio dall'inizio degli abbattimenti nel 2023 la popolazione di caribù avrebbe mostrato i primi segnali positivi dopo anni di declino. Per questo il Dipartimento di Giustizia dell'Alaska ha accolto favorevolmente la decisione del giudice, definendo cruciale la prosecuzione del programma durante la stagione delle nascite.
La questione, però, è tutt'altro che chiusa. Negli ultimi anni il programma è già stato più volte contestato in tribunale. In una precedente sentenza, un altro giudice aveva criticato il modo in cui era stato approvato, sottolineando proprio la mancanza di dati sufficienti sulla sostenibilità degli abbattimenti degli orsi.
Dietro questo scontro c'è però un tema molto più ampio e discusso in Nord America: fino a che punto è giusto intervenire in maniera così drastica sugli ecosistemi per favorire una singola specie? Da una parte ci sono le legittime esigenze delle comunità locali e la volontà di recuperare una popolazione di caribù quasi collassata. Dall'altra, il rischio che il controllo dei predatori alteri ulteriormente dinamiche naturali già molto fragili.