
Nelle Alpi italiane vivono gli orsi che appartengono alla sottospecie Ursus arctos arctos, reintrodotta attraverso il progetto Life Ursus avvenuto nel 1998 e voluto dal Ministero dell'Ambiente italiano e dalla Comunità Europea per ripristinare la popolazione nel Parco Naturale dell'Adamello Brenta, in Trentino.
Nell'area del parco sono stati ritrovati i cadaveri di alcuni esemplari morti a causa del comportamento aggressivo di conspecifici, per una specie che è tendenzialmente molto solitaria e i cuoi conflitti sono decisamente rari.
Un team di ricercatori del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell'Università di Parma, del Laboratorio di Neurofisiologia dell'Olfatto e della Chemorecezione del Dipartimento di Scienze dell'Università “G. d'Annunzio” di Chieti-Pescara e del Progetto GPG Wildlife di Trento hanno svolto un' indagine sugli attacchi intraspecifici negli orsi bruni con un approccio forense. Gli esperti hanno sottoposto quattro cadaveri, di cui due individui giovani e due adulti di cui una femmina, a esami specifici post mortem con autopsie volte a rivelare il tipo di attacco che hanno subito dai loro simili per descrivere i modelli di lesione e le sequenze.
I risultati a cui sono giunti, attraverso l'autopsia e anche l'aver sottoposto i corpi degli animali alla diagnostica mediante tomografia computerizzata (TC), è che anche in questo tipo di comportamenti c'è lo zampino dell'essere umano ad averli causati.
"L'analisi del contenuto stomacale – spiegano i ricercatori – ha rivelato la presenza di alimenti di origine antropica che potrebbero aver attirato gli orsi in aree sovrapposte agli insediamenti umani, aumentando così il rischio di conflitto".
Il contenuto dello stomaco ha dunque permesso di risalire al tipo di alimentazione che gli animali avevano avuto e la presenza di residui alimentari di origine antropica suggerisce un'aggressione e un conflitto intraspecifici che potrebbero essere motivati dalla competizione per il cibo o il territorio e anche "possibilmente influenzati dalla segnalazione sessuale mediata dai feromoni".
Comprendere le motivazioni di un attacco di orso è fondamentale per evitare situazioni di pericolo e ridurre le possibilità di conflitti intraspecifici e interspecifici. Per questo gli esperti hanno sottoposto ogni cadavere a un accurato esame, studiando e documentando le lesioni, i segni dei morsi e le tracce degli artigli "utilizzando scale metriche e fotografie ad alta risoluzione".
Lo studio infatti è corredato da immagini che non riporteremo in questo articolo per non urtare la sensibilità dei lettori ma in cui si vedono i cadaveri degli animali sottoposti sia alle indagini diagnostiche che all'esame autoptico.
I risultati a cui sono giunti gli esperti li portano ad auspicare nelle conclusioni che dal punto di vista gestionale devono cambiare le cose, considerando che la loro indagine ha rilevato quanto sia fondamentale "la necessità di ridurre al minimo i fattori antropogenici che attraggono gli orsi e aumentano le interazioni tra orsi e esseri umani". Gli esperti infatti parlano di una vera e propria "assuefazione degli animali alla presenza umana" che va assolutamente ridotta, per la preservazione della specie ma anche per la riduzione della possibilità di conflitti intraspecifici e incontri con gli esseri umani che potrebbero avere effetti nefasti.