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1 Ottobre 2026
8:02

La felicità di un Paese si può misurare anche col numero di gatti (e dei loro parassiti)

Uno studio su 93 Paesi ha trovato una correlazione tra maggiore presenza di gatti e livelli più alti di felicità, mentre l'esposizione a Toxoplasma, microrganismo parassita diffuso proprio nei felini, segue la tendenza opposta.

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Più è alta la densità di gatti, maggiore è la felicità percepita dalle persone

Per capire quanto è felice una popolazione si guardano di solito indicatori come il reddito, il prodotto interno lordo, la salute e la qualità dei servizi. Ma potrebbe esserci anche un altro fattore da considerare: il numero di gatti. E, in modo apparentemente paradossale, anche la presenza di un loro particolare parassita.

A suggerirlo è uno studio pubblicato sulla rivista PLOS One da un gruppo di ricercatori guidato da Javier I. Borráz-León, che ha analizzato i dati di 93 Paesi mettendo in relazione il benessere percepito dalla popolazione con alcuni indicatori economici e sanitari, la presenza di gatti domestici e l'esposizione a Toxoplasma gondii, il microrganismo responsabile della toxoplasmosi.

Il risultato più curioso è che nei Paesi con una maggiore densità di gatti si registrano anche livelli più elevati di felicità. Tuttavia, dove è più diffusa l'esposizione a Toxoplasma, i punteggi di felicità tendono a essere più bassi. Le due osservazioni sembrano quindi andare in direzioni opposte, nonostante il parassita abbia proprio nei felini i suoi ospiti preferiti.

Più gatti, più felicità

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L'analisi ha evidenziato una relazione positiva tra la presenza dei mici e il benessere percepito

I ricercatori hanno utilizzato dati sulla felicità riferiti alla soddisfazione delle persone per la propria vita e li hanno confrontati con il numero stimato di gatti per ogni 10mila abitanti, oltre che con PIL, reddito e spesa sanitaria. L'analisi ha evidenziato una relazione positiva tra la presenza dei mici e il benessere percepito. Questo, naturalmente, non significa che i gatti rendano automaticamente più felici le persone.

Lo studio è di tipo osservazionale e correlazionale e individua associazioni tra fenomeni che si verificano contemporaneamente, senza poter dimostrare che uno sia la causa dell'altro: una correlazione non implica necessariamente una causalità, come si dice sempre in questi casi.

È possibile, banalmente, che siano soprattutto le condizioni economiche e sociali a spiegare almeno una parte del risultato. Nei Paesi più ricchi le persone possono avere maggiori possibilità di vivere con un animale da compagnia e di sostenere i costi legati alla sua alimentazione, alle cure veterinarie e alla gestione quotidiana. Allo stesso tempo, migliori condizioni sanitarie possono ridurre la circolazione di alcune infezioni.

Il paradosso del toxoplasma

La seconda associazione individuata dallo studio è ancora più particolare. Una maggiore esposizione a Toxoplasma gondii, un parassita unicellulare responsabile della toxoplasmosi, è risultata associata a livelli inferiori di felicità nazionale. I ricercatori hanno utilizzato, come indicatore dell'esposizione nella popolazione, anche la prevalenza degli anticorpi contro il parassita nelle donne in gravidanza.

Il Toxoplasma ha infatti un ciclo vitale molto particolare: i gatti e gli altri felini sono gli unici ospiti definitivi nei quali il parassita può completare la sua riproduzione sessuata. Tuttavia, alcune fasi intermedie del ciclo, che si riproducono asessualmente, possono infettare anche altri animali, come ratti e topi, e soprattutto gli esseri umani.

Ma proprio qui emerge il dato apparentemente contraddittorio. I Paesi con più gatti non sono quelli con una maggiore esposizione a Toxoplasma. L'associazione è stata anzi opposta. Questo potrebbe dipendere, secondo gli autori, dalle condizioni nelle quali umani e gatti vivono: nei Paesi con maggiori risorse i gatti possono essere più frequentemente tenuti in casa, nutriti con alimenti commerciali e sottoposti a cure veterinarie, riducendo le possibilità di diffusione e trasmissione del parassita.

Non sono i gatti a determinare la felicità

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Lo studio è di tipo correlazionale e dimostra che felicità e numero di gatti vanno di pari passo, non che i mici, da soli, migliorino il benessere percepito di una società

Il risultato più interessante che emerge dallo studio, quindi, non è ovviamente che basti adottare un gatto per diventare più felici, né che Toxoplasma renda invece infelici le persone. Gli stessi autori sottolineano che dai dati raccolti non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto.

La ricerca mostra piuttosto quanto sia complesso il rapporto tra benessere umano, animali, ambiente, salute ed economia. Il numero di gatti può essere associato a condizioni sociali ed economiche più favorevoli, mentre la diffusione di un suo parassita può risentire delle stesse condizioni in direzione opposta. Potrà forse sembrare banale o quasi scontato, ma non sempre certe associazioni che diamo per scontate hanno poi riscontro nella realtà e avere nuovi indicatori per poter studiare o misurare un fenomeno non guasta mai.

Per questo saranno ora necessari altri studi, possibilmente condotti nel lungo periodo e a livello individuale, per capire invece meglio se e in quali circostanze vivere con un animale possa influenzare direttamente il benessere delle persone. Per il momento, dunque, il tanto amato gatto può essere considerato un nuovo e curioso indicatore associato alla felicità di un Paese, ma non certo il suo responsabile. Almeno per quanto ne sappiamo oggi.

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