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5 Maggio 2026
15:07

Il Jova Beach Party finisce in procura, ma le spiagge e la biodiversità costiera le abbiamo già perse

La Procura di Trani indaga sul Jova Beach Party e sulla tappa di Barletta del 2022: 16mila mq di arenile alterati, dune rimosse, habitat compromesso. Ma il danno alle coste italiane e alla biodiversità delle spiagge va ben oltre. Il problema non è solo Jovanotti, ma l'idea che abbiamo di spiaggia.

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La tappa di Barletta del Jova Beach Party, finita al centro di un’indagine della Procura di Trani. Foto da Wikimedia Commons

Quasi quattro anni dopo il concerto di Barletta, in Puglia, arriva l'indagine: la Procura di Trani ha iscritto nel registro degli indagati tre persone legate all'organizzazione della tappa del Jova Beach Party del 21 luglio 2022 sul lungomare di Ponente, alla quale parteciparono circa 30mila spettatori. Secondo gli inquirenti, per allestire il palco sarebbero stati alterati circa 16mila metri quadrati di arenile in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico.

Gli accertamenti tecnici parlano di 7.700 metri cubi di sabbia spostati, con interventi che avrebbero interessato uno strato profondo fino a mezzo metro: danni alle dune, rimozione della vegetazione spontanea e la compromissione di un habitat rilevante da un punto di vista conservazionistico nei pressi della foce del fiume Ofanto.

Le ipotesi di reato contestate a vario titolo ai tre indagati – il dirigente comunale ai lavori pubblici Francesco Lomoro, l'ex amministratore della società multiservizi del Comune Michele Cianci e il progettista Mario Luigi Dicandia – sono inquinamento ambientale colposo, abuso edilizio in area protetta e falso ideologico. Le difese respingono le accuse.

Saranno le indagini a stabilire se ci sono state irregolarità penalmente rilevanti. Ma aspettare l'esito di un procedimento per capire cosa è andato storto su quella spiaggia – e su molte altre – sarebbe un grosso errore di prospettiva. Ecosistemi e biodiversità costieri sono già compromessi. Ed è avvenuto tutto in larga parte secondo le regole.

C'erano probabilmente tutti i permessi ed è esattamente questo il problema

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Una foto molto condivisa nel 2019 che dimostra il pesante intervento di rimozione delle vegetazione e spianamento della duna a Roccella Jonica, tappa su cui l’ISPRA espresse parere negativo per tutelare habitat e biodiversità

Nel pieno dell'estate 2022, quando le polemiche sulla seconda edizione (la prima c'era stata nel 2019) del Jova Beach Party erano al culmine, Jovanotti rispose alle critiche del geologo e divulgatore Mario Tozzi con una lunga lettera pubblica. Tra le sue argomentazioni, una tornava puntuale: il tour aveva ottenuto "tutti i permessi e le autorizzazioni necessarie dagli organi competenti". Difficile contestare il fatto in sé. Ma già allora era impossibile non notare quanto quell'argomento mancasse completamente il punto.

Quelle autorizzazioni – le stesse che avevano permesso palchi, ruspe e decine di migliaia di persone di invadere habitat costieri protetti – sono le medesime che negli ultimi decenni hanno ridotto le spiagge e le dune italiane allo stato in cui si trovano oggi. Secondo uno studio sulla conservazione degli habitat dunali italiani, l'88% delle dune costiere è in cattivo stato di conservazione, e il restante 12% in condizioni inadeguate. Non esiste, in Italia, una duna con uno stato di conservazione giudicato buono.

Secondo i dati ISPRA sulle coste italiane, invece, il 13% dei litorali è già occupato da opere artificiali e negli ultimi vent'anni si sono persi in media 5 km di costa naturale all'anno. Ogni anno, dune costiere, vegetazione e formazioni naturali vengono sostituite da oltre 10 km di opere antropiche. Il quadro che emerge dal Portale della Linea di costa è ancora più stringente: la superficie complessiva delle spiagge italiane misura appena 120 km², meno del territorio del solo municipio di Ostia, con spiagge che occupano appena il 41% delle coste.

Partire da questi dati non è un modo per criminalizzare Jovanotti e i suoi concerti in spiaggia. È il modo corretto per inquadrarli.

Cosa sono le dune e perché non sono solo sabbia ed erbacce

La duna non è solo un cumulo di sabbia. È il risultato di un processo lento e preciso: le piante psammofile – specie adattate a crescere sulla sabbia mobile, spesso spinose, secche, apparentemente insignificanti – colonizzano il suolo, fissano i granuli con le radici, trattengono la materia organica, permettono ad altre specie di insediarsi dopo di loro. La successione vegetazionale che ne risulta può richiedere decenni.

Le dune vere e proprie, quelle fisse e stabili che proteggono la costa dall'erosione, sono la fase finale di questo processo. Interrompere questa evoluzione – con ruspe, sbancamenti, calpestio – significa azzerare il lavoro e ricominciare da capo. Nel 2019, la società organizzatrice del Jova Beach Party aveva inviato al Comune di Roccella Jonica, in Calabria, una lettera in cui chiedeva esplicitamente lo "sbancamento delle dune" per preparare il terreno al concerto.

In risposta, l'SPRA aveva espresso in sei pagine di relazione forti e allarmanti preoccupazioni circa il possibile impatto della tappa su specie animali, vegetali e habitat di interesse comunitario. Il concerto si è svolto lo stesso, senza alcuna modifica.

A Castel Volturno, in Campania, il botanico Antonio Croce aveva effettuato rilievi post-concerto che portarono a un report completo con mappa dei danni arrecati agli habitat dunali. Secondo l'esperto, l'impatto del Jova Beach Party era stato devastante e aveva peggiorato ulteriormente la naturale evoluzione e stabilizzazione della vegetazione e delle dune.

A Vasto in Abruzzo, invece, la spiaggia era destinata dal Piano del demanio regionale e comunale a rinaturalizzazione, ma i lavori e i finanziamenti del Comune l'avevano già privata di tutti gli elementi naturali che a fatica stavano tornando, rendendo persino calpestabile un corso d'acqua per consentire il passaggio del pubblico. Le prove non erano solo opinioni. Erano foto, analisi, rilievi. Eppure il dibattito, per mesi, rimase appiccicato alla domanda sbagliata: Jovanotti sì o Jovanotti no?

Il fratino e i numeri di un declino silenzioso

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Il fratino (Anarhynchus alexandrinus), un piccolo trampoliere che depone le uova in spiaggia, è diventato il simbolo delle critiche e delle polemiche contro il Jova Beach Party

In spiaggia vive anche un piccolo uccello migratore che costruisce il nido direttamente sulla sabbia, senza materiale, senza protezione: solo una fossetta, tre uova mimetizzate e la speranza che nessuno lo calpesti. Si chiama fratino (Anarhynchus alexandrinus) ed è classificato nella Lista Rossa IUCN degli uccelli nidificanti in Italia come specie "In pericolo (EN)".

Dalle 1.300-2.000 coppie stimate nel 2004 si è scesi a circa 500 coppie nel 2023: un crollo causato principalmente dal turismo di massa, dal calpestamento dei nidi, dalla pulizia meccanica delle spiagge e dalla perdita degli habitat dunali.

Nel 2019, al XX Convegno Italiano di Ornitologia, gli ornitologi italiani riuniti a Napoli avevano approvato all'unanimità una risoluzione che chiedeva che non venissero svolti eventi con consistenti afflussi di pubblico negli ambienti costieri naturali o con residua naturalità frequentati o potenzialmente utilizzabili dal fratino. La posizione era unanime, documentata, pubblica. Ma comunque non è cambiato nulla.

Nella tappa di Rimini del 2019, la presenza del fratino era stata documentata dalle associazioni ornitologiche locali nelle immediate vicinanze del palco: all'indomani del concerto, uno dei pulcini presenti in spiaggia era scomparso.

A Barletta, durante i lavori per la tappa del 2022 – quella ora al centro dell'indagine – la presenza di pulcini era stata accertata con tanto di fotografie a pochissimi metri dal palco. Il fratino non è un dettaglio secondario in tutto questa storia, anzi. È l'indicatore dello stato di salute di un ecosistema. Quando sparisce lui, sparisce tutto anche tutto il resto – solo che il resto spesso non ha nome, non ha fotografie, non finisce sui giornali.

Coste e spiagge al collasso e non solo per i concerti

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Le linee di costa italiane sono tra i territori più colpiti dall’urbanizzazione selvaggia

Sarebbe comodo fermare il ragionamento al Jova Beach Party, al criticato coinvolgimento del WWF Italia e alle accuse di greenwashing. Ma la questione è molto più larga e ignorarla farebbe un torto alla complessità del problema.

Tra i 644 comuni costieri italiani, i dati ISPRA confermano che ben 54 hanno subito una pesante perdita di territorio negli ultimi quattordici anni. Dal 2010 a giugno 2024, negli 816 eventi meteo estremi registrati nei comuni costieri, secondo il Rapporto Spiagge di Legambiente, il Mezzogiorno è risultata l'area più colpita: la Sicilia prima con 170 eventi, seguita da Puglia, Calabria e Campania.

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Il ciclone Harry, nel Sud Italia, ha causato almeno un miliardo di euro di danni

La crisi climatica amplifica i danni, ma trova terreno fertile dove la fascia dunale – il primo e più naturale sistema di difesa dall'erosione costiera – è stata già compromessa da decenni di urbanizzazione, concessioni balneari, pulizia meccanica della spiaggia e, sì, anche grandi eventi.

Le associazioni ambientaliste chiedono da anni interventi di rinaturalizzazione delle coste e ripristino degli habitat – cosa che l'Europa e l'Italia si sono impegnate a fare con la Nature Restoration Law -, ricostituendo le fasce dunali e le zone umide, ma il dibattito pubblico resta inchiodato alle concessioni balneari e al far west edilizio, mentre le dune continuano a sparire nel silenzio. Un granello alla volta, oppure tutta in un pomeriggio con una ruspa.

La spiaggia non è una palcoscenico, ma un habitat naturale ricco di biodiversità

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Le spiagge e dune sono ecosistemi naturali complessi e fragili, non distese di sabbia sterile a nostra disposizione

Il problema non è Jovanotti, almeno non solo. Il vero problema è un'idea di spiaggia. L'idea che la costa sia una superficie disponibile, sterile, affittabile per qualsiasi scopo, purché si abbia il permesso giusto, si rispetti il cronoprogramma, si lasci tutto come si è trovato, in teoria. Questa idea ha prodotto il 13% di coste artificializzate. Ha prodotto l'88% di dune in cattivo stato. Ha portato il fratino da duemila a cinquecento coppie nidificanti.

I concerti sulla spiaggia non sono la causa prima del disastro, naturalmente. Sono però il simbolo di come lo abbiamo normalizzato e di quanto siamo lontani dal volerlo smontare. Un evento da trentamila persone su un habitat dunale in luglio non è solo una notizia da commentare per qualche giorno. È la fotografia precisa di come abbiamo deciso di trattare uno degli ecosistemi più fragili che abbiamo e la biodiversità che conserva.

Sarà la magistratura a dire se a Barletta qualcuno ha commesso un reato. Ma quella spiaggia – le dune rimosse, la vegetazione sbancata, i pulcini di fratino smarriti e gli habitat compromessi – e molte altre sono ormai già perse, forse in maniera irreversibile. Non serve una sentenza per saperlo. Serve cambiare il modo in cui guardiamo le spiagge e i suoi abitanti.

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