
Brad Pitt è James Belmont, ex militare delle Forze Speciali. Odin è un Pastore Tedesco che incarna un mondo di emozioni umane ma anche canine che si raccolgono nel termine PTSD, ovvero il disturbo Post-Traumatico da Stress, una condizione di disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche. Entrambi sono i protagonisti del film di David Ayer “Heart of beast”, una pellicola che ci consente di guardare la relazione tra uomo e cane dal punto di vista di un’amicizia che si forma attraverso la condivisione dell’orribile esperienza della guerra, per condensarsi nella trama più profonda che si dipana nel supporto reciproco tra i due che sopravvivono ad un incidente aereo nella selvaggia natura dell’Alaska.
La finzione cinematografica, piena di effetti speciali e caratterizzata da un intenso volume emozionale nelle scene al cardiopalma in cui James e Odin si restituiscono il “favore” reciproco di salvarsi la vita, consente di andare oltre la sceneggiatura e vedere come e su cosa si basa un rapporto di questo tipo tra cane e conduttore in scenari di guerra.
Ed è proprio Odin il punto nevralgico del film. Non è un “animale da compagnia” nel senso classico del termine. È un Pastore Tedesco di quelli come tanti che vengono sfruttati, perché questo è il termine che gli rende più giustizia, per uso e consumo umano nelle peggiori condizioni che la nostra specie riesce a mettere in atto, ovvero quando combatte in guerre che altri animali mai farebbero.
Odin è l’emblema del cane operativo, addestrato per la guerra e poi “pensionato”. Un animale che porta, come il suo umano di riferimento, nella mente ben salda la memoria del conflitto. Pastori Tedeschi e altre razze come i Belga, sono tra i cani più utilizzati in ambienti bellici e la relazione con l’uomo non nasce dall’affetto spontaneo ma da quello che è un interesse funzionale: avere accanto animali che hanno nella loro genetica la spinta ala protezione, all’obbedienza e con la capacità di saper leggere l’ambiente e il contesto per risolvere situazioni che un uomo, da solo, non è in grado di tenere a bada. Quello tra Pitt e Odin, nel film, è un legame nato sul rischio condiviso ma che poi diventa relazione nel vero senso della parola, lì dove in questo caso i due diventano per sempre indivisibili.
C’è però da chiedersi di chi sia quel “cuore della bestia” che dà titolo al film di Ayer. Probabilmente non è né di James né di Odin ma di quegli esseri umani che causano vittime e conflitti e tra le prime ci sono anche gli stessi soldati che hanno combattuto e, appunto, gli animali costretti a farlo insieme a loro.
Il film insiste su un aspetto in particolare, del resto: Odin è lo specchio su cui si riflette il protagonista. Se Pitt interpreta un uomo segnato dal PTSD e da una storia di violenza istituzionalizzata, il cane è la sua traduzione non verbale: reattivo, vigile, ma anche capace di una fedeltà che il protagonista gli riconosce in quanto individuo, altro da sé e unico al mondo che rimane al suo fianco.
E allora in questo film si scopre che la relazione tra cane e umano non si risolve mai in un supporto unidirezionale, ma in un sistema di continuo foraggiamento emotivo l’uno verso l’altro. Poi nella trama ovviamente questo concetto è estremizzato: in questo binomio si crea un vero e proprio sistema di sopravvivenza reciproca. Nei momenti estremi dell’Alaska, il confine tra istinto umano e animale si assottiglia: entrambi leggono il territorio, entrambi reagiscono al pericolo, entrambi dipendono dall’altro per non cedere.
In definitiva, Heart of the Beast usa la sopravvivenza estrema non per spettacolarizzare la natura, ma per farci intravedere più in profondità: qualcosa resta dell’umano quando accanto ha quello che non per caso è da sempre chiamato “il miglior amico” dell’uomo. E forse la domanda su cui dovremmo interrogarci è su quanto noi, davvero, restituiamo a questa specie costretta a seguire i nostri dettami nell’ambito di un rapporto che viene definito di co evoluzione e che dura da 30, 40 mila anni.