Ora il Governo americano vuole sapere da Meta e Google i nomi di chi critica l’ICE: cosa sta succedendo

Una serie di richieste riservate inviate dal governo alle grandi piattaforme online apre interrogativi sul controllo delle opinioni espresse sui social e sul ruolo delle Big Tech nella tutela dei dati degli utenti. Negli ultimi mesi il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti (Department of Homeland Security) ha infatti inviato centinaia di mail alle principali piattaforme tecnologiche per ottenere i dati identificativi di utenti che hanno pubblicato contenuti critici verso l'Immigration and Customs Enforcement (ICE). Nel mirino profili spesso anonimi che monitorano le operazioni dell'agenzia o diffondono segnalazioni sulla presenza degli agenti sul territorio.
Le richieste a Google e Meta
A rivelare l'ultima manovra del dipartimento federale (che quindi risponde direttamente alla Presidenza) è stato il New York Times. Secondo il quotidiano, le società coinvolte, tra cui Google, Meta (proprietaria di Instagram, Threads e Facebook), Reddit e Discord, avrebbero ricevuto mandati amministrativi con cui il governo chiedeva nomi, email, numeri di telefono e altri dati utili a scoprire i titolari degli account che nelle scorse settimane si sono esposti nel criticare le attività di quella che molti definiscono la milizia anti-immigrati di Trump. Fonti governative e dipendenti delle aziende, citati dal quotidiano statunitense, riferiscono che alcune richieste sarebbero state soddisfatte, benché le piattaforme non siano obbligate per legge a consegnare tali informazioni.
Un portavoce di Google ha spiegato che ogni istanza viene valutata caso per caso per bilanciare privacy e obblighi legali e che, quando possibile, gli utenti interessati vengono informati così da poter contestare il provvedimento in tribunale. Le altre aziende, ha riportato il NYT, hanno invece preferito non commentare.
Un'operazione ai limiti del legale
A differenza dei mandati di arresto, le citazioni amministrative non richiedono l'autorizzazione di un giudice. In passato venivano usate soprattutto per indagini su reati gravi, come traffico di minori. Ora, secondo esperti legali, il loro impiego si sarebbe ampliato fino a includere account social critici verso l’operato delle autorità. Steve Loney, avvocato della American Civil Liberties Union, ha definito la pratica "un salto di livello per frequenza e mancanza di responsabilità" da parte dell'ente governativo federale.
Tecnologia e controllo: il Governo allunga le mani sulla privacy dei cittadini
Le richieste alle Big Tech rappresentano solo l'ultimo capitolo di un inquietante registro di attività e scelte politiche che ha consegnato nelle mani dell'ICE un imponente arsenale per la sorveglianza e attività di cyber-spionaggio. Dopo le proteste contro ICE in Minnesota, diversi agenti federali hanno dichiarato di utilizzare sistemi di riconoscimento facciale per individuare i manifestanti. Tra gli strumenti citati figurano software sviluppati da Clearview AI e database integrati forniti da Palantir, società guidata dall'ambiguo Alex Karp, che combinano dati pubblici e commerciali per localizzare persone in tempo reale.
Il governo sostiene che queste iniziative servono a proteggere gli agenti e prevenire minacce operative. In tribunale, avvocati federali hanno affermato che raccogliere informazioni sugli account online rientra nei poteri dell'agenzia quando si tratta di indagare su possibili ostacoli alle attività sul campo. La linea dura è stata confermata anche da Tom Homan, responsabile della sicurezza delle frontiere, che in un'intervista a Fox News aveva parlato della volontà di creare un database delle persone arrestate durante proteste o episodi di interferenza.
Il confronto tra la Silicon Valley e il governo federale non è affatto nuovo, ma il caso ha riacceso il dibattito sul confine tra sicurezza nazionale e libertà di espressione online. Se da un lato le autorità rivendicano la necessità di strumenti investigativi efficaci, dall'altro associazioni per i diritti civili temono che l'uso estensivo di questi poteri possa trasformarsi in un mezzo per monitorare e scoraggiare il dissenso politico. Un equilibrio delicato che, nell'era dei social e dei big data, appare sempre più difficile da mantenere.