Lo storia del robot che molesta le donne è falsa: dietro c’era sempre un uomo

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Dopo i fatti avvenuti in Germania, tutti parlano del robot che ha molestato una ragazza palpandone il posteriore. Dietro quanto accaduto, però, c’è sempre la responsabilità di un essere umano. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Giuseppe Croari.

Nell'epoca in cui l'intelligenza artificiale sembra in grado di assottigliare le differenze tra uomo e macchina, in Germania un robot è appena stato accusato di aver commesso una molestia sessuale nei confronti di una minorenne. O almeno, così hanno scritto molti. In realtà, ciò che è accaduto è un po' più complesso e può aprire scenari inediti sia per il Diritto che per il nostro modo di approcciare simili avvenimenti. Partiamo però dai fatti.

Stando a quanto riportato dalla polizia tedesca, la sera di domenica 11 ottobre, a Colonia, una ragazza di 16 anni sarebbe stata palpata da un robot. La giovane si trovava in un fast food con due amiche quando un robot umanoide alto 1,20 metri e dai colori rosso e oro – il design ricorda vagamente l'armatura di Iron Man – le si è avvicinato e le ha toccato il posteriore. Sempre secondo le prime ricostruzioni delle autorità, la scena sarebbe stata filmata e commentata in diretta sui social dal proprietario dell'automa, anch'esso sedicenne, e da un suo amico di 19 anni. Dopo l'incidente, la ragazza si è subito rivolta alla polizia che poco dopo ha rinvenuto il robot nel bagagliaio di un'auto. I due ragazzi sono stati fermati e i loro cellulari sequestrati. Il caso non è banale. Come ha dichiarato all l'Associated Press il portavoce della polizia, Christoph Bermel, la molestia sessuale perpetrata da o tramite una macchina rappresenta un "territorio inesplorato". Chi può ritenersi infatti responsabile di un gesto commesso da un robot? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Croari, avvocato del Foro di Bologna ed esperto di diritto dell'informatica e delle nuove tecnologie.

Due possibili scenari, un unico responsabile: l'essere umano

"Prima di tutto bisogna capire se il robot abbi agito in modo autonomo, magari a causa di un bug, o se invece fosse guidato dai ragazzi presenti è un punto fondamentale per capire come inquadrare il caso", spiega Croari. "Se, come sembra, la macchina è stata manovrata o programmata a monte per compiere questo gesto, allora ci troviamo di fronte a un controllo umano diretto, immediato, asincrono o anticipato che sia. In questo caso, lo strumento non altera la sostanza: la responsabilità fa capo a chi guidava o impostava il dispositivo". Ergo, dal punto di vista giuridico e morale, il colpevole della molestia sarebbe il ragazzo che comandava il robot.

"Se invece escludiamo il controllo remoto e ipotizziamo un'azione autonoma della macchina, la questione si fa più complessa e la responsabilità si sdoppia", prosegue il legale. "Da un lato potrebbe esserci una responsabilità del produttore o dello sviluppatore del software per prodotto difettoso o per un ‘danno da algoritmo'. In questo ambito cadremmo però nel campo di responsabilità civili e risarcitorie, non penali. Dall'altro lato, potrebbe configurarsi una responsabilità per omessa vigilanza a carico del proprietario o custode della macchina. Se il produttore ha fornito il robot con precise avvertenze sui rischi e sui limiti d'uso, e l'utente non vi si è attenuto, la situazione equivale a quella di un animale in custodia che scappa e causa un danno".

Anche in questo secondo caso, dunque, le eventuali responsabilità ricadrebbero su soggetti decisamente umani: l'azienda sviluppatrice, in quanto entità giuridica, o il proprietario, per la sua negligenza. Non certo sulla macchina. Parlare di un robot che ha commesso una molestia sessuale rischia, quindi, di essere fuorviante e di distorcere la nostra percezione delle responsabilità. Con l'avvento di tecnologie sempre più potenti e autonome – come l'intelligenza artificiale – il rischio è di dimenticare con troppa facilità come, dietro uno schermo, una chat o un comando a distanza, ci sia sempre la mano (è il caso di dirlo) di un essere umano.

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