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La storia di One Piece vista su Netflix non è quella originale, ma va bene lo stesso: le differenze

La seconda stagione di One Piece è la serie più vista su Netflix. Il live action del manga continua a funzionare, anche per i fan della storia originale di Eiichiro Oda. Eppure ci sono parecchi dettagli che sono diversi. Lo spiega a Fanpage.it Francesco Toscano, un content creator che da anni si occupa di analizzare One Piece.
A cura di Francesco Toscano
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Quando nel 1997 Eiichiro Oda diede il via alla serializzazione di One Piece sulle pagine del Weekly Shonen Jump, difficilmente avrebbe immaginato che, quasi trent’anni dopo, sarebbe stato ancora impegnato a raccontare le avventure di Monkey D. Luffy e della sua ciurma. Il progetto iniziale, come lo stesso mangaka ha raccontato più volte nel corso degli anni, prevedeva una durata di circa cinque anni. Un arco temporale relativamente breve per una storia che invece si sarebbe trasformata in una delle opere più longeve e influenti della storia del fumetto giapponese. Non solo. Dopo il manga e l'anime, in questi giorni One Piece si sta presentando al pubblico in una forma ancora diversi con i nuovi episodi della seconda stagione pubblicati da Netflix. Ah, poi in effetti è partita anche una vera caccia al tesoro ma questa è un'altra storia.

Il successo globale della serie e la straordinaria espansione del suo universo narrativo hanno però portato Oda ad allungare il viaggio ben oltre i piani originali. Con il passare degli anni One Piece è cresciuto insieme al suo autore e al suo pubblico, trasformandosi da semplice avventura piratesca a un racconto corale sempre più stratificato, ricco di misteri, simbolismi e collegamenti interni. In questo lungo percorso l’autore ha inevitabilmente modificato, ampliato e approfondito alcuni elementi della storia, pur ribadendo in più occasioni che il finale dell’opera è rimasto invariato rispetto all’idea concepita all’inizio della serializzazione. Se la destinazione è sempre stata la stessa, il viaggio per arrivarci si è progressivamente arricchito di deviazioni, nuovi personaggi e sottotrame sempre più complesse.

Non sorprende quindi che, nel corso di quasi tre decenni, Oda abbia introdotto elementi narrativi che hanno richiesto di essere collegati retroattivamente agli eventi già raccontati. È qui che entra in gioco il concetto di retcon (retroactive continuity), una tecnica narrativa molto diffusa nelle saghe di lunga durata che consiste nell’aggiungere nuove informazioni al passato della storia per giustificare sviluppi successivi.

Perché la storia di One Piece dal manga a Netflix

Le retcon rappresentano uno strumento narrativo potente ma al tempo stesso delicato. Se utilizzate con attenzione possono arricchire la mitologia di un’opera e dare maggiore profondità agli eventi del passato; se gestite male, invece, rischiano di creare contraddizioni o incoerenze con quanto stabilito in precedenza. Nel caso di One Piece, molte di queste operazioni sono state accolte positivamente dal pubblico proprio grazie alla straordinaria capacità di Oda di mantenere una struttura narrativa coerente nonostante la vastità dell’universo che ha costruito. Resta tuttavia evidente che, potendo tornare indietro nel tempo, l’autore probabilmente riscriverebbe alcuni passaggi della prima parte della storia per armonizzarli meglio con gli sviluppi successivi.

È proprio in questo spazio che si inserisce l’adattamento live action prodotto da Netflix, uscito il 10 marzo. A differenza del manga, la serie televisiva ha infatti il vantaggio di poter guardare alla storia con uno sguardo retrospettivo, conoscendo già molti degli sviluppi futuri dell’opera originale. Questo permette agli sceneggiatori di inserire fin da subito elementi che nel manga sarebbero stati introdotti soltanto molti anni più tardi, creando una maggiore linearità narrativa e rafforzando la coerenza dell’universo di One Piece. Nella seconda stagione questa strategia appare ancora più evidente. La produzione ha scelto di disseminare la storia di piccoli indizi, riferimenti e anticipazioni che non alterano gli eventi principali, ma contribuiscono ad arricchire il mondo creato da Oda e a preparare il terreno per sviluppi futuri.

Quali sono le retcon inserite nella serie Netflix

Uno degli esempi più interessanti arriva già nel primo episodio, con l’apparizione di Bartolomeo sull’isola di Logue Town. Nel manga il personaggio viene introdotto molto più avanti, durante la saga di Dressrosa, quando viene rivelato che, prima di cominciare il suo cammino da pirata, era presente proprio a Logue Town e aveva assistito al momento in cui Luffy veniva salvato da un fulmine. Nei capitoli originali ambientati sull’isola, tuttavia, Bartolomeo non compare mai. Si tratta di una retcon inserita successivamente da Oda per giustificare la devozione quasi fanatica del personaggio nei confronti del futuro Re dei Pirati.

Sempre nel primo episodio assume un peso particolare anche il dialogo tra Garp e Gol D. Roger, nel quale vengono accennati alcuni eventi destinati ad avere un ruolo cruciale nella mitologia della serie. Tra questi spiccano riferimenti all’incidente di God Valley, un vero crocevia nell’universo narrativo di One Piece, e alla questione del figlio del Re dei Pirati. Nello stesso episodio compare per pochi secondi anche un personaggio che negli anni è stato al centro di numerose teorie da parte della community di fan. La sua presenza, per ora utilizzata più come easter egg che come vero elemento narrativo, rappresenta comunque un segnale della volontà della serie di dialogare costantemente con la mitologia più ampia dell’opera.

Un’altra scelta significativa arriva nel secondo episodio, con l’introduzione anticipata di Brook. Nel manga il musicista scheletro fa la sua prima apparizione durante la saga di Thriller Bark, dove viene raccontato il suo legame con la balena Laboon e con i Pirati Rumbar, la ciurma che l’animale attende da decenni. Nel live action, invece, il personaggio compare già in un flashback. Lo vediamo suonare il violino e intonare il Liquore di Binks, una delle canzoni più iconiche dell’intera saga e un elemento simbolico di grande importanza per la storia.

Si tratta di una scelta narrativa forte, ma perfettamente coerente con la logica dell’adattamento: anticipare alcuni elementi per rendere il mondo di One Piece ancora più interconnesso. Anche i dettagli più piccoli sembrano pensati con grande attenzione. I fan più attenti, ad esempio, hanno individuato nel ballo di Luffy una possibile allusione a sviluppi molto più recenti del manga, legati all’evoluzione del personaggio nei capitoli pubblicati negli ultimi anni.

Ulteriori tasselli della cosiddetta macromitologia di One Piece emergono poi negli episodi di Little Garden. I giganti Dorry e Brogy, provenienti dall’isola di Elbaph — luogo in cui nel manga si trova attualmente la ciurma di Cappello di Paglia — fanno riferimento a Nika, il Dio del Sole. Nel materiale originale i due giganti accennavano già a divinità di Elbaph, ma senza attribuire ad alcune di esse un nome preciso. Il termine “Nika” è stato introdotto da Oda soltanto molto più tardi, durante la saga di Wano, una delle più recenti e rivelatorie dell’intera opera.

Il mondo in movimento continuo di One Piece

Inserire questo riferimento già ora permette alla serie televisiva di costruire con maggiore anticipo alcune delle fondamenta narrative più importanti della storia. In questo modo l’universo di One Piece appare fin da subito più ampio, stratificato e vivo. Non si tratta soltanto della storia della ciurma di Cappello di Paglia ma di un mondo in continuo movimento, popolato da personaggi che seguono traiettorie autonome e che contribuiscono a dare profondità all’intero racconto.

Naturalmente il confronto con l’opera originale resta inevitabile. Il manga di Oda continua a rappresentare un capolavoro difficilmente eguagliabile, sia per l’ambizione narrativa sia per l’impatto culturale che ha avuto nel corso degli anni. Tuttavia, l’attenzione ai dettagli dimostrata dalla produzione Netflix e la volontà di preservare lo spirito dell’opera, pur adattandola alle esigenze di un linguaggio diverso come quello televisivo, rappresentano segnali incoraggianti. Se dopo due stagioni la serie continua a essere al centro delle discussioni tra fan e appassionati, una parte del merito sembra risiedere proprio in questa combinazione di rispetto per l’originale e capacità di reinterpretarlo con consapevolezza. Un equilibrio non semplice da raggiungere, ma che nel caso di One Piece sembra, almeno finora, funzionare.

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