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Il caso Vincenzo Schettini non deve stupire: avevamo già tutto sotto i nostri occhi

Il caso di Vincenzo Schettini non è solo cronaca social, ma lo specchio di una didattica che scivola verso la performance. Quando il confine tra educatore e creator si dissolve, la scuola smette di essere esperienza formativa per farsi contenuto narrativo in una società ossessionata dalla visibilità.
A cura di Niccolò De Rosa
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Il caso scoppiato attorno a Vincenzo Schettini – a.k.a. il professore de "La Fisica Che Ci Piace"-  non è soltanto l'ennesima gogna social destinata a esaurirsi in pochi giorni. È piuttosto uno specchio nitido, e proprio per questo scomodo, del modo in cui negli ultimi anni si è trasformata la nostra idea di comunicazione. La parabola del professore, prima celebrato come modello di divulgazione e oggi dipinto come un mostro che sfruttava gli studenti per far crescere il proprio canale, racconta infatti molto più di una vicenda individuale: racconta una cultura collettiva che ha progressivamente smesso di distinguere tra esperienza e rappresentazione, tra realtà e contenuto.

Il confine sottile tra divulgazione e fabbricazione di contenuti

Le testimonianze degli ex studenti – telefoni usati come telecamere, spiegazioni interrotte per aggiustare l'inquadratura, inviti a seguire le live pomeridiane in cambio di voti più alti – restituiscono l'immagine di una didattica che scivola verso la performance, una forma espressiva più seducente e soprattutto più monetizzabile.

Eppure, anche se tutti sembrano accorgersene ora, il modus operandi del docente era noto e conosciuto da tempo. Anzi, per anni quella modalità è stata applaudita, condivisa, celebrata come una vera innovazione didattica, tanto che anche altri insegnanti hanno provato a fare lo stesso, seppur con fortune altalenanti. Non sorprende dunque che Schettini abbia raccontato a Gianluca Gazzoli (non esattamente un Torquemada pronto alle domande scomode) le sue strategie per ingaggiare gli allievi e costringerli a seguire le sue live. Per il prof il suo era un comportamento del tutto normale, totalmente interiorizzato. Per quale motivo avrebbe dovuto nasconderlo?

È proprio qui che però si cela il cuore della questione. Il desiderio di emergere non può assolutamente essere una colpa tanto meno per una categoria come quella degli insegnanti, tra le meno valorizzate del nostro Paese. Che un docente cerchi strade alternative per avere un ritorno economico attraverso libri, spettacoli e gadget, non solo è legittimo, ma può effettivamente aiutare ragazzi che normalmente non prenderebbero mai in mano un libro di Fisica ad approcciarsi con interesse a una materia notoriamente ostica.

Il problema risiede però nell'incapacità di tracciare un confine tra i due mondi, finendo per sovrapporre la figura educativa a quella del content creator. Quando quella linea si dissolve, il messaggio implicito che arriva ai ragazzi (me non solo) è potente e parecchio ambiguo: ciò che conta davvero è ciò che finisce davanti a una camera. Non lo studio silenzioso, non l'errore, non il processo di apprendimento, ma la sua versione spettacolarizzata.

Esistere significa essere visibili: l'eredità di una cultura spettacolarizzata

In questo senso Schettini non appare certo come un'anomalia, ma come un prodotto coerente del contesto in cui tutti noi siamo immersi. Basta scorrere qualsiasi piattaforma per imbattersi in professionisti di ogni tipo – dal cuoco al piastrellista, dal dentista al gestore di negozi a fumetti – che provano a intraprendere la strada del successo piazzandosi una fotocamera davanti al volto per raccontare i segreti del loro mestiere. C'è chi riesce a creare content intrattenenti e chi, dopo un boost di like e notorietà, finisce per uscire dal proprio ambito e comincia a pontificare su tutto lo scibile umano, dalla politica estera alle questioni etiche più scottanti. Il tutto, sempre con la massima attenzione ai trend e alle visualizzazioni.

Il punto, allora, non è stabilire se un insegnante possa fare contenuti. Il punto è chiedersi che cosa accade quando la logica del contenuto diventa il filtro principale attraverso cui interpretiamo la realtà. Se ogni momento deve essere raccontabile, condivisibile, monetizzabile, anche l'educazione rischia di trasformarsi in materia narrativa invece che in esperienza formativa.

Più che accanirsi su un singolo protagonista, questa vicenda dovrebbe quindi invitarci a una riflessione più ampia e meno comoda. Non riguarda soltanto un professore diventato influencer, ma una società intera che ha interiorizzato l'idea che esistere significhi essere visibili e che, senza accorgersene, ha iniziato a comportarsi di conseguenza.

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Dagli studi umanistici all'esperienza editoriale, sempre con una penna in mano e quel pizzico d'ironia che aiuta a colorare la vita. In attesa di diventare grande, scrivo di piccoli e famiglia, convinto che solo partendo da ciò che saremo in grado di seminare potremo coltivare un mondo migliore per tutti.
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