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Come è possibile spegnere un intero Paese: “Il caso dell’Iran è eccezionale per due motivi”

L’Iran è isolato dal mondo, Teheran ha bloccato le comunicazioni verso l’esterno ma anche all’interno del Paese. Il blackout impedisce ai cittadini di comunicare e ostacola media e organizzazioni per i diritti umani nel verificare arresti, vittime e modalità della repressione.
Intervista a Giacomo Verticale
Professore di Telecomunicazioni presso il Politecnico di Milano
A cura di Elisabetta Rosso
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Nel giro di pochi minuti, nella notte tra l’8 e il 9 gennaio, il governo iraniano ha spento internet: da quel momento il Paese è rimasto isolato dal resto del mondo. Il traffico dati è crollato di oltre il 90% e, nei giorni successivi, secondo il database Internet Outage Detection and Analysis del Georgia Institute of Technology, la connessione è scesa quasi a zero. Il blackout è una risposta coercitiva all'ondata di proteste contro il governo degli Ayatollah. Non è la prima volta che Teheran ricorre al buio informatico. Tuttavia, la scala e la pervasività dell’interruzione di gennaio 2026 segnano un salto di intensità nelle tecniche di controllo da parte dello Stato.

Per capire meglio la portata del blackout, i rischi e le tecnologie messe in atto per bloccare un interno Paese abbiamo parlato con Giacomo Verticale, professore di Telecomunicazioni presso il Politecnico di Milano.

Come si spegne un Paese: il blackout in Iran

"Quando si parla di blackout si intende un blocco completo, ovvero nessun servizio e nessuna applicazione funzionante. Ci sono molti casi di blocchi parziali, che sono invece molto diffusi. I blocchi completi, al contrario, sono abbastanza inusuali e di solito hanno durata limitata", spiega Verticale. "In generale possiamo distinguere due tipi di blocco. Il primo è l’isolamento del Paese rispetto al mondo esterno: in questo caso i sistemi interni continuano a funzionare e le persone possono comunicare solo tra loro, ma non verso l’esterno. Il secondo è il blocco totale, in cui tutti i sistemi di comunicazione vengono semplicemente spenti: e questo sembrerebbe essere il caso dell’Iran."

Ma come è possibile bloccare completamente un interno Paese? Come spiega Verticale, in realtà è molto semplice. "In ogni paese i sistemi di comunicazione sono gestiti da un numero relativamente piccolo di operatori di telecomunicazioni di dimensione più o meno grandi e tutti gli utenti finali sono abbonati ai servizi di questi operatori. Siccome gli operatori poi devono obbedire alla legge, alle indicazioni dei governi locali, se il governo dice che bisogna bloccare, loro bloccano."

Aggirare la censura: dai canali camuffati alle connessioni oltre confine

Alcuni attivisti sono riusciti a bucare il blackout per un periodo di tempo limitato. A intervalli irregolari, infatti il governo riattiva finestre di connettività per garantire il funzionamento di servizi essenziali, come transazioni bancarie o piattaforme amministrative. In quei minuti, gli utenti approfittano della riapertura temporanea per caricare rapidamente video e documenti, prima che la rete venga nuovamente chiusa.

"Non solo: da anni vengono sperimentati diversi meccanismi per trasmettere informazioni attraverso canali che camuffano la comunicazione da qualcos’altro. Queste tecniche hanno avuto successo, ma richiedono grande competenza e permettono di trasportare solo quantità limitate di dati", spiega Verticale. "Vengono adottate anche altre soluzioni: chi vive in città di confine si collega alle stazioni di telefonia cellulare del Paese vicino, mentre altri ricorrono a Starlink, anche se il suo utilizzo è stato messo fuori legge dall’Iran."

Come i blackout sono diventati prassi politica in Iran

Negli ultimi anni, il ricorso ai blackout digitali è diventato uno degli strumenti centrali della strategia di controllo dell’informazione in Iran. Dal 2019 a oggi si contano quattro interruzioni nazionali della rete imposte direttamente dal governo. La prima risale al novembre 2019, quando Teheran decise di spegnere internet in risposta alle proteste contro l’aumento del prezzo del carburante, segnando l’inizio di una nuova fase di repressione tecnologica.

Il blackout più lungo si è verificato nel novembre 2022, quando le manifestazioni sul caso di Mahsa Amini portarono a oltre 12 giorni di isolamento digitale. Da allora, molte piattaforme – tra cui WhatsApp, Instagram, X, YouTube e Facebook – sono formalmente vietate e accessibili solo tramite strumenti di aggiramento della censura. Un’ulteriore interruzione su scala nazionale è avvenuta nel giugno 2025, in concomitanza con il conflitto di 12 giorni tra Iran e Israele. Sommando tutte le sospensioni complete della rete dal 2019, il Paese ha trascorso quasi 900 ore in blackout totale. Un numero che sembra destinato ad aumentare ancora. 

Blackout e sorveglianza: il prezzo umano della censura digitale

Il blackout non solo impedisce ai cittadini di comunicare, ma ostacola media e organizzazioni per i diritti umani nel verificare arresti, vittime e modalità della repressione. Il blocco di internet in Iran si inserisce in un più ampio dibattito globale sul controllo della rete, sulla sorveglianza digitale e sul diritto di accesso alle informazioni. Simili blackout non sono semplici interruzioni del servizio ma strumenti da guerra elettronica.

I blackout possono essere utilizzati per scopi diversi, dalla censura politica al controllo dell'informazione, "molti Paesi, per esempio hanno bloccato internet durante le elezioni, tra questi Bielorussia, Azerbaijan, Pakistan, Mauritania, Venezuela, Mozambico e Uganda", spiega Verticale.

Le strategie variano dall’uso di jamming dei satelliti alla costruzione di una “internet nazionale” isolata da dorsali internazionali, per mantenere solo servizi controllati dall’élite politica, simile al modello di censura cinese. Questa dinamica apre interrogativi inquietanti: fino a che punto uno Stato può estendere il proprio controllo sui flussi di informazioni? E quale sarà il costo umano e sociale di questo isolamento digitale?

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